Microchip vs molla di ritorno

Questo non è un intervento luddista. Mentre scrivo mi guardo a sinistra e a destra -ma soprattutto davanti- e ovunque intorno a me ci sono oggetti governati dai microchip. Persino nel mio laboratorio, luogo ad alta densità analogico-meccanica, ho delle attrezzature con i microchip, per esempio il lettore cd (ma governato da un vecchio valvolare che forse non ne ha ma non ci giurerei). I microchip servono persino a un robivecchi come me, quindi figurarsi, massimo rispetto.

Ci pensavo giusto l’altro giorno mentre cercavo di capire quale fosse il fenomeno -per forza meccanico- che portava la ruota posteriore a rimanere lievemente frenata dopo aver agito sulla leva freno. Durante il percorso bastava dare una smossa al cavo del v-brake e la cosa non si verificava fino alla frenata dopo e così via. Mettendo la bici sullo stand in laboratorio ho fatto tutte le verifiche: scorrimento cavo, tensione di questo, molla di ritorno. Era la molla, rotta sul lato destro, quindi il braccetto destro dopo la frenata non tornava indietro.

La molla del v-brake costa 2 euro, ne avevo di ricambio, fine del problema.

E mentre chiudo la pratica mi metto a pensare alla crisi dei microchip, pensando più che altro al vantaggio del mezzo il più possibile meccanico su quello ad alto utilizzo di elettronica e ai problemi che necessariamente questi ultimi rendono impervia la soluzione del problema, persino su mezzi semplici come le bici. In quelle elettrificate per esempio si fa grande uso dell’elettronica, anche per il controllo dell’andatura del mezzo.

Avrete letto ovunque che nel mondo alcune produzioni si stanno bloccando non solo per la scarsità di materie prime e seconde ma anche per il blocco della produzione dei chip, vuoi per il primo fenomeno vuoi per i trasporti che hanno inceppato la logistica planetaria (ricordate la Ever Given di traverso a Suez? Ma non solo, gli ingorghi nei porti asiatici e californiani ecc.).

Poi c’è stato anche un incendio in Giappone, guerre commerciali varie tipo il Trumpo contro Xi, due fabbriche in Texas ferme settimane per una gigantesca tempesta di neve.

Un sistema fragile, di fatto monopolistico, in cui la parte del leone nella domanda indovinate chi la fa? L’automobile: aridaje ‘sta sciagura a 360°. Da quel che leggo si stima che il 40% della domanda mondiale di microchip venga dal settore automotive. Negli Usa Ford ha dovuto chiudere per diverse settimane sei fabbriche in Usa per mancanza di componentistica elettronica; le stime prudenziali parlano di una ripresa della produzione a livelli pre crisi nel 2023, quelle più ottimistiche nel corso del 2022. Nessuno però ne sa niente davvero. Samsung fondries e Tsmc di Taiwan, le due maggiori produttrici di alta gamma del pianeta, cercano di correre ai ripari, per esempio la prima sta pensando a una fabbrica nuova in Texas, la seconda, che ha in mano oltre il 50% del mercato, ha annunciato rincari del 10% (e del 20% per l’automotive, tié) ma continua ad avere difficoltà produttive.

C’è poco da ridere, perché tutti siamo coinvolti nell’era digitale e un ricorso a quella analogica è improponibile e sicuramente traumatico.

A tutto questo pensavo nel mio laboratorio analogico mentre sostituivo una molla meccanica da due euro. E non provavo soddisfazione, sarei un vero cretino, ma un po’ di tristezza nel constatare, ancora una volta, che la risposta a problemi pletorici non può venire da aggiungere ma dal togliere. E se poco meno della metà del silicio che ci serve deve andare a mezzi ormai palesemente inutili in città anche per mandare avanti schermi interattivi che distraggono il famoso conducente e lo mandano a frantumarmi le ossa, ho poco da essere soddisfatto della mia fortuna di usare e gestire un mezzo semplice.

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