L’unica Grande opera necessaria: la riattivazione dei cervelli

 

In bilico tra bulimia e anoressia, quello che ci ostiniamo a chiamare “sistema Italia” ha bisogno, anzi necessità, della realizzazione di una sola grande opera: il riassetto dei cervelli, la riattivazione delle sinapsi, la ristrutturazione dell’utensile chiamato logica. Altro, nella mobilità quotidiana, non ci serve e niente potrà essere utile se prima non ripassiamo dalle basi di ciò che ci rende la specie che siamo. Mentre scrivo è domenica e ascolto una radio romana -molto romana, quindi grezza- che passa rock; uno dei speaker lamenta per telefono di essere bloccato in tangenziale. Sai che novità, domenica compresa.

Sono millemila gli indicatori del nostro assurdo modo di spostarci. Escono dati ogni giorno, potrei passare l’intera domenica ad tediarvi con tabelle, numeri e altre fesserie, o magari numeri che fesserie proprio non sono e cioé i morti uccisi in strada: ma tanto è inutile, il disastro è sotto i nostri occhi, lo vediamo tutti. Solo una minima parte della società ne è cosciente e solo un’infima parte ha reagito per cambiare lo stato di fatto. Il resto si trincera dietro argomentazioni francamente risibili che grossomodo suonano tutte, alla fine, così: “senza automobile non posso avere una vita”. La percezione del vissuto in strada è questa, poche chiacchiere.

Non le tangenziali, non i ponti, non gli asfalti sforacchiati di questa o quella città, non la semaforica o l’arredo stradale, rotonda o sottopasso. Semplicemente siamo il paese europeo con il massimo numero di automobili private, che siano in circolazione o spente a ciglio strada. Siamo sommersi da maree di lamiera ovunque, nel 95% del tempo ferme a occupare spazio -notoriamente, ma anche questo è un rimosso, una risorsa finita e misurabile, scegliete voi se in metri lineari o quadri o qualche altro parametro-. Dall’avvento della motorizzazione di massa non esiste anno che passi senza che la quota di occupazione di una vettura privata si schiodi dalla ridicola cifra di 1,2 persone trasportate in media (statistica del ministero dei Trasporti, notoriamente non un covo di pericolosi biciclettari).

Eppure non lo vediamo e ce lo nascondiamo con ogni strumento psicologico disponibile tranne l’unico che serve davvero, la logica. Così come ci nascondiamo l’altro dato brutalmente chiarificatore, e ovvero che in oltre il 60% dei casi non vengono percorsi più di 10 km, in media. Dei 4.000 morti circa all’anno, quasi tutti in città, neanche voglio parlare sennò anche la mia logica va a farsi benedire.

Qualche giorno fa Deliveroo ha pubblicato i dati dei viaggi dei suoi fattorini, rilevati con il gps: dimostrano che le consegne in bici arrivano prima di quelle fatte con gli altri mezzi di trasporto. Ma no, la bici è un mezzo lento. Sempre qualche giorno fa a Torino si è manifestato per il sì al Tav, e sono spuntati fuori anche i comitati “No Ztl”, perché si sa, la crescita è anche l’automobile; così come a Roma, nella giornata di deraggizzazione, sono spuntate magliette con “Cordoli? No, grazie”. E sorvolo sulla truffa radicale del referendum sul trasporto pubblico. Alcuni degli esempi che Kelebek, il blog di Miguel Martinez (nato a Città del Messico, cresciuto in varie parti d’Europa e in Italia, di cui è osservatore anch’egli sconcertato), definisce come “crisi di astinenza da crescita”.

Eccoci al punto: noi (si legga: la società italiana nel suo complesso) abbiamo un comportamento tipico del tossico di eroina, ne ho parlato diverse volte. Con il tossico non è possibile ragionare su letteralmente niente perché la sua intera persona è diretta a un solo obiettivo: lo schizzo in vena.

Negli ultimi tempi mi diletto a osservare più nel dettaglio questi esemplari contemporanei, mi colpiscono le loro argomentazioni. Dalla ciclabile “che inquina” si è passati alla ciclabile che “serve solo agli immigrati”, a quelle -esempio di oggi mentre scrivo- che “stanno distruggendo la coesistenza sociale”, al momento il vertice del nonsense insieme al cordolo spartitraffico che porta allo sforamento dei parametri di Kyoto (ma qui parliamo di preferenziali per il Tpl).

Però “andrei in bici se mi facessero le piste ciclabili” (ma “non qui: altrove”, in perfetto stile Nimby), “c’è smog e quindi prendo la macchina”, “prenderei l’autobus se passasse più spesso”, e via rotolando per lo scusodromo con trick degni di funamboli d’alta classe.

Devo dire che in qualche modo sono d’accordo con la sostanziale irrilevanza delle piste ciclabili ma per motivi opposti a quella degli artisti da circo di cui sopra. La rete stradale esiste già, è parecchio estesa in questo antico paese subalpino che ha sfornato un popolo di ingegneri stradali come i Romani -quelli veri non il fake di oggi- e tutto sommato non servono infrastrutture né grandi né piccole: l’unica seriamente danneggiata, e da ristrutturare completamente, è il cervello.

In sintesi: butta la macchina, usa la bici.

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