“Marca Budavari!”, ovvero del sindaco ‘sceriffo’ irrilevante

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Ieri questo poveraccio, che povero non è, m’ha ricordato Silvio Orlando nel ruolo dell’allenatore in Palombella Rossa di Nanni Moretti. Uno che non ce la fa, che chiacchiera, che arranca come l’allenatore in quel film (del 1989!). Uno che non è all’altezza del ruolo e non può in nessun modo farcela e non se lo vuole raccontare.

Alza la voce e strilla, starnazza, il famoso mantra “marca Budavari! marca Budavari! marca Budavari!”. 
(Per chi non lo sapesse, nel film Imre Budavari, campione di pallanuoto ungherese, interpreta sé stesso)

A me l’attuale sindaco di Roma in corsa per una riconferma mi ricorda una specie di falso leader, uno miracolato, che ha per le mani una squadra e vorrebbe tentare di essere qualcuno, mentre è un nessuno. E alza la voce, cerca di farsi più grosso di quel che è, prova a stimolare reazioni, soprattutto per sé stesso più che per la squadra. Tanto per raccontarsi una storia diversa da quella che l’ha portato lì, tanto per dire “oh io sono vero! eh! eh? eddaje!”.
Silvio Orlando ha la faccia perfetta per questo ruolo: affranto mentre motiva, gli occhi piccoli mentre urla, l’impotenza del falso imperatore mentre prova a picchiare il gladiatore. Gli schiaffetti a una realtà (rappresentata da Budavari) che non sa in nessun modo affrontare, malgrado starnazzi con la voce del povero Orlando. Questo è uno che non ha neanche provato a vincere una sfida: quella della modernità. E’ uno che ha lasciato che Roma si autogovernasse (come la squadra di pallanuoto, che ovviamente perde).

Ma almeno Orlando ci provicchia, anche se è impotente e lo sa. Questo neanche ci pensa a provarci davvero, ha lasciato che le cose si sfasciassero per 5 anni e nel frattempo ha sistemato tutti i fatti suoi, degli amici suoi e dei parenti degli amici suoi. Lo sappiamo tutti, non c’è bisogno di Cassazione.
Questo è uno che se ne frega (cit) di tutto ciò che non gli convenga, e che non è capace neanche di gestire ciò che succede sotto la finestra del suo ufficio (roba del 2010). Figurarsi fare lo sceriffo. Questo è uno che va ad arrampicare in montagna con le guide, e le guide di tanto in tanto devono salvargli la pelle perché non ce la fa. Lui lo sa ma non se lo racconta, tanto quanto l’allenatore di pallanuoto di Palombella Rossa.
Non è in grado di fare niente per la collettività.
La differenza è che Orlando, nel ruolo del fallito, ci prova. Questo fa solo finta di provarci e nel frattempo tutto casca a pezzi e centinaia, migliaia di amici sono sistemati. Il gioco gli è piaciuto e ci riprova. E riprova a fare quello tosto.

Mentre la Roma di oggi è Imre Budavari, quello tosto davvero, che ride e fa come cavolo gli pare, come le mafie locali della Romanina e d’importazione (magari anche dentro l’amministrazione). E, in questo caso, sa che l’allenatore avversario è suo amico: Orlando sindaco neanche ci prova, a fare l’avversario.

E “marca Budavari!”, va’.

#salvaiciclisti va a Milano il 4 maggio, per la Mobilità Nuova

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Ora lo posso dire: è passato esattamente un anno e un giorno dalla più grande manifestazione per la mobilità ciclistica che l’occidente motorizzato abbia mai visto. Il 28 aprile del 2012 in circa 50.000 ci siamo trovati lungo i Fori imperiali, a  Roma, chiamandoci solo con le nostre forze, con il passaparola e i manifesti, la campagna martellante e anche -diciamolo- invadente sui social media e sui media tradizionali che ci hanno seguito fin dal primo momento, dall’8 febbraio 2012. Da allora un gruppo di attivisti estremamente motivati (si tratta di salvarci la vita per strada, né più né meno, e si tenta di farlo da anni) ha alzato un’onda che ha portato l’Italia a parlare di questo tema, radunando intorno all’idea, anzi all’Idea, numeri consistenti di persone che in precedenza non si erano mai impegnate in questo compito: dire a tutti che la strada deve cambiare, e che l’Italia deve cambiare il modo di stare in strada. Per fare quella manifestazione abbiamo speso tutte le nostre forze (io mi sono ripreso circa un mese dopo) e meno di 900 euro, tutti raccolti sul web. (Parte di questi soldi sono stati buttati grazie all’Acea, che non ci ha allacciato l’energia elettrica malgrado l’avessimo pagata -circa 300 euro-, e ancora non ci ha rimborsato né intende farlo).

Non amo le celebrazioni, anzi mi danno fastidio, le trovo un modo per fermare il movimento. Quindi parlo oggi, a un anno e un giorno da quella meravigliosa manifestazione di persone, di cosa faremo, non di cosa abbiamo fatto.

Si ragiona da tempo su come dire a questo paese qual è la direzione del cambiamento -almeno per strada-: e sono stati pensati, costruiti e portati a compimento gli Stati generali della bicicletta e della mobilità nuova, a Reggio Emilia a ottobre 2012. Da cui è uscito il Libro rosso (rosso come il sangue per le strade) che abbiamo propsto a tutte le amministrazioni che siamo riusciti a contattare.
Il passo successivo è stato costruire un #salvaiciclisti 2.0, ovvero la Rete per la Mobilità nuova, che si propone di unire coloro che non si spostano quotidianamente su mezzi a motore di proprietà: pedoni, pendolari e ciclisti (per rispetto alla terza P questi ultimi li abbiamo chiamati pedali).
Il progetto è falsamente modesto, in realtà enorme: si tratta di spostare l’attuale quota destinata alle infrastrutture per la mobilità riconducibili al binomio automobile+alta velocità a quelle da destinare al trasporto regionale, quello metropolitano (tram), interazione di questi con ciclisti urbani e persone che vogliono spostarsi usando un mix di queste soluzioni. Come si fa nei paese più avanti del nostro, in questo stesso continente, apparentemente anche questo nostro. Il 75% delle finanze pubbliche per la mobilità va a Tav e autostrade, vogliamo che vada a infrastrutture urbane e regionali e alla rete ferroviaria da ricostruire, e in qualche misura anche alle risistemazioni in senso pedonale e ciclabile delle nostre meravigliose città oggi seppellite dalle automobili, che siano in sosta o in corsa.

Per mostrare questa esigenza abbiamo convocato il più grande concentramento pensabile di persone e bici il 4 maggio prossimo a Milano, di fronte alla stazione centrale. Si, quella dei treni. Alla nostra chiamata finora hanno risposto circa 160 tra associazioni e realtà collettive, sigle che sorprenderebbero chiunque non segua questo argomento per quanto sono solo apparentemente lontane dal ciclismo urbano: Slow Food, Libera, Cgil, Coldiretti, Medici senza frontiere, Intersos, Euromobility e tante altre (un elenco ancora parziale, per la nostra cronica mancanza di tempo da sottrarre al lavoro, qui). Oltre, naturalmente, alle associazioni più vicine, e da subito, alla lotta iniziata da #salvaiciclisti: Legambiente e Fiab.

Bene, quest’anno lasciamo le celebrazioni a chi vuole farle e proviamo ad alzare di molto la posta in gioco, ovvero la vita collettiva di questo paese ghiacciato e invelenito: ci vediamo tutti il 4 maggio a Milano, alle 14,30 di fronte alla stazione centrale. Ci saranno sorprese che faranno piacere a tutti, anche a chi finora non ha pensato a unirsi a questo movimento che dalla base intende cambiare le basi.

 

Roma cambia, anche senza ordini dall’alto

Due giorni fa ho contato 32 persone in bici nel mio ordinario percorso casa-lavoro. Aveva appena smesso di piovere (pare, eh).
Non più di tre anni fa ne avrei contato dalle 4 alle 7, se andava bene.

Sta succedendo qualcosa. E lo si è anche detto: il numero di ciclisti abituali a Roma è decuplicato in meno di due anni: da 0,4% del totale degli umani semoventi al 4%. Si tratta di una cifra variabile tra 150 e 170.000 persone.

Adesso è arrivata la cosiddetta bella stagione (sono tutte belle, ma sole e meno pioggia favoriscono anche i timidi). Cosa succederà?

Ho una mezza impressione che come al solito succederanno le consuete due o tre cose in contemporanea:
1) le strade saranno frequentate da mezzi diversi rispetto agli anni passati, in questo caso molte più persone in bici rispetto allo standard romano;
2) tutti noi faremo finta di niente, tra gente che si sposta alla vecchia maniera, gente che si sposta in maniera nuova  e gente che dovrebbe amministrare Roma;
3) ci saranno problemi in strada. Problemi che non voglio neanche pensare, figurarsi scrivere.
Il punto 3 è quello che mi interessa: cosa facciamo? Cosa facciamo tutti, intendo.

La comunità che si raduna a Roma è sempre più divaricata: c’è gente di ogni tipo naturalmente, dalla peggiore alla migliore con tutte le migliaia di sfumature e interpretazioni del caso. Ma è sempre più distante.
Ciò che adesso conta è: come facciamo a stare insieme in strada? In assenza totale di gestione (non controllo, eh) dei flussi? Nella più totale indifferenza gli uni verso gli altri?
Adesso è questo il punto secondo me: come facciamo a far convivere il  vecchio e il nuovo modo di spostarsi?

Esiste una risposta collettiva a questa domanda, visto che non ne esiste alcuna proveniente da chi dovrebbe o vorrebbe gestire la Roma contemporanea? Ancora no, secondo me.
Dobbiamo parlarci tutti. Dobbiamo trovare un accordo. Non esiste una metodologia alternativa. Dobbiamo fare da noi come al solito. E dobbiamo parlarci. Altrimenti ci facciamo male.

Perché Roma è ingovernata da anni (tanti, non solo Alemanno che è stato un miracolato dalle cazzate altrui). E al solito dobbiamo metterci d’accordo tra noi.

Romani, che volemo fa’? Je la famo a trova’ ‘n’accordo pe’ nun fasse male? Guardate che da questa primavera -ancora stentata- in poi sarà un casino. E nessuno in Campidoglio, né adesso né dopo avrà il coraggio di affrontare il toro per le corna: e per strada ci saremo noi, tutti. E tutti soli, con i nostri diavoli personali e i nostri scontri.

Salviamo #salvaiciclisti dalle elezioni romane

La campagna per la ciclabilità nota come #salvaiciclisti ha qualche problema, di questi tempi. Provo a spiegarmi.
Il gruppo più attivo, senza nulla togliere agli altri, è posizionato a Roma. Sono diversi i motivi, ma quello fondamentale è che a Roma le condizioni per spostarsi in bici (invece che in auto, moto, scooter) sono davvero impervie: e questo è un forte incentivo a reagire, nelle persone che vogliono farlo. E sono tante: si è scoperto recentemente che sono passate in meno di due anni dallo 0,4% della popolazione al 4%: un’enormità di crescita, e in assenza totale di interventi amministrativi. Figurarsi con interventi a favore.

A Roma, a fine maggio, si terranno le elezioni per il nuovo sindaco. La campagna elettorale è cominciata già da tempo. E anche quella acquisti.
Per esempio io sono stato contattato da diverse parti politiche -tutte del campo che fu la sinistra-. E non solo io: l’aria di novità e soprattutto di attenzione mediatica sviluppata dalla campagna salvaiciclisti ha attratto molti cercatori di consenso, dai più piccoli ai più grandi.
Si può capire: spostarsi in bici è una tendenza in Italia, una realtà in Europa, c’è gente come noi che sbatte su ogni tavolo questa esigenza, è naturale che ci cerchino. Ma non ci ascoltano davvero: vogliono in qualche modo “farsi piacere” da una tendenza in crescita, anche perché mostra modernità, che fa fico. Ci sono esempi innumerevoli che si moltiplicano negli ultimi tempi: gente che si presenta all’improvviso alla Critical mass (che è cosa diversa da salvaiciclisti, anche se molti di noi la animano), ci sono persone che telefonano, mandano mail, cinguettano twittii, postano su facebook inviti e proposte di incontro.
Fino a qualche tempo fa la cosa era entro il limite del sopportabile ma adesso sta diventando una specie di stalking.
A farla breve, l’assedio ha cominciato a diventare un problema per la campagna a favore della ciclabilità. E’ chiaro (direi ovvio) che donne e uomini come noi che si attivano per un ribaltamento delle modalità stradali romane siano interessate/i a parlare con le amministrazioni di ogni livello, ma adesso è estremamente difficile far capire a tutti che ogni singolo candidato di municipio e comune (ce ne sono migliaia) non può pensare di fare un incontro, con uno qualsiasi o più dei cicloattivisti impegnati, per svoltare una foto, magari mentre dice cose assurde e mostra di non aver capito niente delle esigenze romane generali, come per esempio avere un modello finalmente moderno di mobilità come in gran parte d’Europa, cosa che prevede una riduzione drastica dell’uso dell’automobile e un potenziamento radicale del mezzo pubblico, abbinato alla bici.
A noi vengono a dire “faremo piste ciclabili”, così, ad carciofum, senza neanche aver letto le nostre proposte. Pensano di farci anche un favore. Mentre da un gran bel pezzo (8 febbraio 2012) noi proponiamo riduzione della velocità generale, intermodalità vera (bici sui mezzi: non vi spaventate, si fa nei paesi moderni), potenziamento del trasporto pubblico, disincentivi all’uso dell’automobile, incentivi anche fiscali a quello della bici, il parcheggio assicurato negli spazi condominiali (si fa a Torino e MIlano) per evitare i furti, il senso unico eccetto bici al centro di Roma e via così. C’è un intero documento a disposizione, e lo abbiamo fornito a tutti a partire da ottobre scorso.

Niente: non sentono ciò che proponiamo. Non lo capiscono proprio. Vogliono solo incontrare gruppi organizzati. Chiedono incontri, a volte li effettuano, quando gli parli delle cose che salvaiciclisti propone scuotono la testa sorridendo, o al meglio annuiscono: sempre sorridendo.
Comincia a essere un problema.  La furia della ricerca di consenso rende cieche le persone che ne hanno bisogno.
Noi (tutti) abbiamo invece bisogno di una città che torni ad essere bella e vissuta davvero, che riesca a muoversi invece di bestemmiare in fila (e fare magari anche a botte), che abbia tram e autobus giorno e notte (le metropolitane, stiamo vedendo, sono una truffa: e soprattutto in questo posto antico), di spazi per le persone non di occupazione costante degli spazi da parte delle automobili (a Roma sono 72 ogni 100 persone, a Parigi 30), di serenità in strada. Di non morirci, per strada.
In questi giorni invece sembra essersi scatenata la ricerca di un consenso qualunque, dicendo sì a tutti ma senza ascoltarli davvero. Alcuni ci cadono, molti altri no. Noi vorremmo un dialogo sereno con chi si propone di amministrare Roma, ma il compito è impervio. Forse impossibile.

Continuiamo comunque, ma il messaggio che lancio a tutti i candidati, di ogni livello e capacità, è: non pensiate di avere di fronte degli sprovveduti. Tenetelo a mente, o almeno provate a farlo.

La Roma delle bestie, la Roma degli umani

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Domenica scorsa sono avvenuti due episodi secondo me fondamentali per capire dove siamo, chi siamo, come stiamo.
Alle prime ore della mattina, nella zona dei locali del Testaccio, due bestie a bordo di una macchina hanno urtato un ragazzo con l’auto e dopo averlo fatto cadere in terra hanno inserito la retromarcia e gli sono passati sopra. Il ragazzo, che le cronache locali non mancano di definire nella sua qualità di immigrato marocchino, è ricoverato in gravissime condizioni in ospedale. Non si è capito se ce la farà a sopravvivere o no.
Sempre domenica, poche ore dopo il fatto del Testaccio, centinaia di romani, e altri ospiti di altre città italiane, in tutto circa 500, hanno dato vita a una delle più delicate e belle esperienze che questa città abbia vissuto: la Tweed Ride chiamata a Roma “La belle époque”. Centinaia di uomini e donne in abiti vintage (tra anni ’20 e ’40, per capirsi) a bordo di bici in larga parte anch’esse vintage o comunque dall’aspetto inizio ’900 (tanto la bici è cambiata poco negli ultimi cent’anni) hanno sfilato tra ponte Milvio e villa Borghese, passando da piazza del Popolo, per poi terminare la sfilata su un prato, con picnic in pieno stile Manet.

Non posso fare a meno di sottolineare la distanza abissale tra i due fatti accaduti praticamente in contemporanea. Esistono due Rome (per tacer della terza, quella che tace e che ingoia di tutto tranne la riunione del proprio condominio, la Roma del generone piccoloborghese): una Roma preda di bestie la cui principale caratteristica è la vigliaccheria violenta, l’altra che cerca di avere dall’esistenza il sorriso che si merita.
Pesantezza e brutalità da un lato, leggerezza e piacevolezza dall’altro. Il sordo battere del tamburo da guerra tribale da un lato, il soffio dell’aria tra i fili d’erba dall’altro. La voglia di scontro contro la voglia di incontro.

Da molti anni vivo a Roma, la città in cui sono nato: a mia esperienza -e non sono certo un’educanda- due fatti così enormemente distanti, alieni l’uno all’altro, non li avevo mai visti accadere nello stesso lasso temporale. La “simpatica burineria romana” sembra essersi trasformata in qualcosa di più simile alle storie narrate da Nicolai Linin in Educazione Siberiana; mentre l’altra simpatia romana, quella della gita fuori porta, del convivio, sembra addirittura essersi organizzata per accentuare, riacciuffare quelle piacevolezze che la gente serena e onestamente coraggiosa (come altrimenti definire chi si sposta quotidianamente in bici in città?) forse sente che stiano sfuggendo dalla casa comune chiamata Roma.
C’è una distanza sempre maggiore tra queste due Rome, distanza che potrebbe sfociare in contrasto anche aspro. Ho una sola speranza: la seconda Roma, dopo anni di sfascio etico collettivo, sta crescendo. Come sapete, e non lo sapete certo grazie al Campidoglio che anzi ha cercato di nascondere questi dati, la quota i cittadini che si spostano abitualmente in bici in città è passata in meno di due anni dallo 0,4% al 4% del totale degli abitanti. Con ciò non intendo fornire l’immagine “i ciclisti urbani sono l’unica parte buona di Roma”, ma di sicuro ne fanno parte: e si stanno organizzando per essere sempre di più: e credo proprio che anche le altre pratiche di civiltà che questa città ancora ospita stiano facendo lo stesso.
Ma non scordiamoci del lato bestiale di questa città, colpevolmente lasciato andare nel miglior stile nullafacentista della peggiore Italia: ancora esiste, esisterà per sempre, il nostro dovere è quello di riportarlo nel recinto a grufolare. Atteggiamenti che vediamo anche nell’assurdo, e anacronistico, traffico romano.

Ps e disclaimer: quando parlo di “bestie” non mi riferisco ai nostri cugini del mondo animale, ma all’aspetto feroce e selvaggio della scimmia umana.

Il diavolo e l’acquasanta ai Fori Imperiali

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(mezzi a motore schierati sui Fori Imperiali domenica 10 marzo 2013, ore 12. In mezzo, un drappello di facinorosi ciclisti. ph @stefano dell’accio)

Prendete una domenica di blocco del traffico, evento già assurdo di suo (il traffico andrebbe bloccato mercoledì, o insomma uno dei giorni lavorativi; ma vabbe’). Aggiungete l’esistenza pro tempore di un’area, quella dei Fori Imperiali, pedonalizzata solo la domenica, invece di essere interdetta ai veicoli privati ogni istante di tutto l’anno solare. Mescolate i due elementi e cosa vi ritrovate davanti?

No. Non una bella via animata da persone che passeggiano, pattinano o pedalano, o stanno semplicemente ferme a godersi aria finalmente pulita nell’area archeologica più importante del mondo occidentale. Vi ritrovate davanti Sua Maestà l’Assurdo: una benedizione religiosa (cattolica, nel caso di specie) delle automobili e dei mezzi a motore, patrona Santa Francesca Romana, in piena zona pedonale e archeologica. Il sacro atto è religiosamente normato qui.

Sì, lo so che non mi potete credere, ma è vero. E scongiuro tutti di credere alla verità di quanto a breve vi racconterò, perché la cosa è ancora più assurda di quanto vi abbia detto finora.
Dopo un momento di iniziale shock per l’incredibile esistenza di una benedizione delle automobili, con tanto di banda, guardie e l’indispensabile prete, alcuni attivisti romani di #salvaiciclisti si riprendono e organizzano, per l’indomani della benedizione, un blitz con lo striscione storico (peraltro esposto anche durante un Angelus del papa ora in pensione; icona quindi non nuova a esposizioni di questo tipo); l’idea è di presentarsi di fronte all’assurda compagine dal sapore nettamente medievale che stava per effettuare il tribal rito.
Schieratisi i nostri bravi, che succede? Pronte e leste, le guardie come un sol uomo s’allertano e s’avvicinano al gruppo dei facinorosi, imponendo la loro autorità -per una volta senza manganellate, Deo gratias- per far sparire il blasfemo striscione con la scritta  #salvaiciclisti e allontanare i suddetti facinorosi.
Motivazione? “Oggi è giorno di festa”. A nulla valsero le dichiarazioni spontanee dei malcapitati, che asserirono trattarsi di uno striscione senza offesa veruna, e recante messaggio di pace e armonia. Alla canaglia fu replicato prontamente dai buoni tutori: “lo striscione è polemico”. Lascio a voi, gentile pubblico, ribaltarvi dalle risate o dal pianto, a seconda della vostra propensione. Aggiungo solo un altro paio di dettagli.

1) Malgrado il giorno di blocco dei veicoli a motore (che, come sapete, a Roma è già di per sé una simpatica boutade a cui possono credere solo eventuali boccaloni di passaggio ma non certo i romani), alla benedizione e al suo regolare svolgimento senza stupidi intralci come un giorno senz’auto ci ha pensato l’Aci, offrendo ecumenicamente a tutti il modo per aggirarla: semplicemente scaricando un apposito tagliando preparato per la santa occasione. Come vedete dalla foto, non v’è alcun veicolo privato a presenziare alla cerimonia. Non possediamo la cifra di tagliandi scaricati, ma fosse anche uno solo, questo non è presente. Tendiamo a credere che comunque fossero molti più di uno. 

2) La benedizione è verso mezzi che, non ce ne voglia Santa Romana Ecclesia, sono la causa di 4.000 morti all’anno, di questi 871 tra pedoni e ciclisti. Come dire: più che benedizione è assoluzione per i peccati commessi, tramite aspersione di acquasanta. E, visto l’allontanamento delle potenziali vittime della carneficina stradale, se ne desume che costoro hanno l’imperdonabile peccato di non fare male a nessuno, mai, e semmai di recare intralcio al regolare svolgimento del traffico veicolare con i loro corpi maciullati dal’inesorabile mezzo.

Ps: negli stessi giorni dalla perfida Albione, che ha rifiutato secoli fa la Vera Fede, ci giunge questa notizia che riguarda Londra. Domenica a  Roma, invece, secondo quanto affermato da una delle guardie accorse in difesa della santa riunione, sono state le stesse autorità cittadine a chiedere l’allontanamento del gruppo di ciclisti. Lo stesso tutore dell’ordine, in pieno stile italico, ha anche affermato di essere d’accordo con le ragioni del gruppo #salvaiciclisti.

San Meteorite

Ma perché da noi no?
La viabilità ordinaria di Roma (senza tangenziali e autostrade) all’interno del Gra è composta da una rete di 4.400 km di strade. A Roma ci sono 1.933.033 automobili.
Ognuna, da ferma, occupa uno spazio di 4,5 metri. (n. auto per lunghezza parcheggio: una fila di 8.698 km). Fanno quasi 9 milioni di metri quadri.  Al prezzo medio della vendita di case a Roma (facciamo 5.000 euri al mq) fanno 45 miliardi di maledettissimi euri. Il valore immobiliare dell’occupazione dello spazio di Roma è questo, calcolato a spanne.

E ne siamo anche orgogliosi: c’è un ministro che dice l’auto è finita ma la soluzione ce l’ha la Fiat; c’è un’azienda che dice che la soluzione all’auto è un’altra auto. Due idiozie in neanche una settimana. E non credo che diminuiranno, anzi: chiunque, mentre affoga, si agita.

Ora dico: ma cosa ci manca per capire che siamo seppelliti da lamiere? Che siamo stragonfi di ingombro? Che non possiamo neanche prendere un caffé nel bar davanti perché dovremmo scalare il cofano dell’auto di qualche idiota che pensa di essere solo a Roma?

Ma penché un qualche diavolo di oggetto spaziale non ci scopa via tutta questa monnezza? Dài, una bella sgommata e via. Eddài, struscia meteorite, lava via tutta ‘sta robaccia. Ché noi, da soli, non ce la facciamo.

Cicloattivismo#1

Olio su tela in pvc (quella dei banner, tesa da me su un telaio ottocentesco recuperato da uno studio di restauro insieme a un’altra ventina di telai così), 64×38.
Indaco mescolato con porporina come sfondo, il resto sono pigmenti commerciali (nero d’avorio, in realtà osso, e rosso “anas”, cheddiolifùrmini).
Senza manubrio/testa/direzione come il cicloattivismo -spontaneo, istintivo, acefalo- e grondante sangue per la fatica di fare entrare nella zucca degli italiani l’ovvietà dello spostarsi in bici.

Ho deciso di iniziare a vendere i miei quadrucoli (tutti riguardanti la bici) per finanziare in parte il mio giro del mondo su bici autocostruita, che inizierà nel 2014. Per sei mesi sarò a spasso con la bici.
Cifra iniziale 306 euro, chi offre di più? Chi lo comprerà, così come gli altri per i prossimi quadri, avrà il suo nome scritto sul telaio che mi porterà in giro.

“MuovitiRoma”, l’8 febbraio appuntamento con il futuro

Quanto vi descriverò riguarda un appuntamento fondamentale, forse il più importante che abbia incontrato in questo mio decennio di attivismo per la riabilitazione della bicicletta come modo migliore di muoversi in città, persino in questa Roma dolente e sfiancata e comunque assassina.
“L’8 febbraio, a Garbatella alle 16, è in programma un convegno dedicato alla mobilità urbana”. Detta così sembra l’ennesima trappola di amministrazioni impotenti, sponsorizzata magari da Honda, Volkswagen o Fiat varie per spacciare le loro produzioni “green”, anche elettriche.

Per quanto vi possa sembrare incredibile, in questo caso non è così. L’8 febbraio, in questa città sotto choc e rintronata, è stato organizzato “MuovitiRoma”, un convegno promosso da una cittadinanza attiva e informata. Un convegno nato dopo mesi, anzi un anno, in realtà oltre dieci anni, di lento insorgere di un’esigenza popolare: cambiare modello di mobilità, perché quello nato negli anni ’60 non solo è inefficace e diseconomico ma è anche mortale e ha devastato una città fino a poco tempo fa  se non proprio perfetta quanto meno meravigliosa, da cantare. E infatti è stata cantata per millenni. Ora invece impera la bestemmia.
“MuovitiRoma” è un’iniziativa del centro sociale La Strada, al cui interno c’è una ciclofficina -una delle tante che sono fiorite in questi anni in questo paese-, insieme alla campagna/movimento Salvaiciclisti, atterrata in Italia come un’astronave esattamente un anno fa, l’8 febbraio 2012: noi alieni abbiamo sbattuto sul tavolo pubblico l’argomento “ciclabilità vera in Italia”, e questo in pieno inverno -con la neve pure a Roma, peraltro-. Oggi, per la prima volta, un centro sociale si fa carico di un argomento che più collettivo non si può: la mobilità di tutti. Non era mai successo. [ma sta per risuccedere: che io sappia a metà marzo si organizza un'iniziativa sulla mobilità al Corto Circuito, al Tuscolano]

Attenzione: non sarà un convegno solo sulla ciclabilità, ma sulla mobilità nuova per intero, quella che in altri paesi meno scemi del nostro è già una realtà da anni e che porta non solo benessere economico (mancate spese e un nuovo sistema di fare buona economia attraverso investimenti utili per la collettività) ma anche una vita migliore per tutti, grazie alla riduzione potente del traffico veicolare privato a motore. L’8 febbraio si parlerà anche di bici, ma essenzialmente in interazione con i mezzi pubblici; si parlerà forse di più dei mezzi pubblici: di come siano finora stati una truffa e una mammella da cui succhiare soldi, e di come potrebbero essere efficaci in un futuro che tutti speriamo il più possibile prossimo.
Si parlerà di come potrebbero, e possono, essere le stesse strade che conoscete tutti oggi e che neanche vedete più, per come le abbiamo ridotte e ingombrate. Di come potranno tornare a essere vivibili. Di come questa città dovrà tornare ad essere quella meraviglia che è anche se oggi sepolta sotto decenni di occupazione veicolare e di insipienza amministrativa.
Si parlerà, sì, anche di lavoro: interverrà un delegato Fiom a parlare di riconversione industriale italiana. Un tecnico del comitato No Tav verrà a parlare del perché va detto no al treno ad alta velocità tra Torino e Lione, e in prospettiva va sempre detto no alle Grandi Cazzate.

Interverranno esperti veri, come Matteo Dondè (autore del piano ciclabilità di Reggio Emilia, e chi non c’è stato è pregato di andarci per due giorni almeno); Alfredo Drufuca, forse il miglior ingegnere della mobilità che abbiamo oggi in Italia. Ci saranno esperti-attivisti, come Alberto Fiorillo, che nella sua vita palese è responsabile Aree urbane di Legambiente; un delegato Atac; la mobility manager di Roma 3; l’autore di uno studio sulla mobilità ciclistica, ancora non pubblicata, per conto dell’Agenzia mobilità (sospetto che questa stia boicottando lo studio, ma in realtà non lo so, è solo un mio sospetto); ci saranno svariati candidati alle amministrative, ci è stato detto; infine, mi ci sono infilato pure io, per dire delle cose che devo dire. L’appuntamento è qui, e se non avete facebook potete trovare tutte le informazioni qui e qui.

Però trovo importante, e ne sono anche orgoglioso, citare qui il testo della convocazione: Abbiamo deciso di convocare questa giornata per ragionare sulla mobilità in Italia e a Roma e offrire soluzioni alle sue storture. Per mostrare i legami che esistono tra l’ormai necessaria demotorizzazione delle città e un servizio di trasporto pubblico accessibile ed efficiente, la salute, il diritto al lavoro, il ruolo dell’università, l’economia locale, la produzione industriale e i conti in rosso dei nostri Comuni. E per rilanciare la necessità di riconoscere la centralità del tema mobilità nelle politiche dei nostri territori.
muovitiroma è un convegno che nasce da un’esigenza collettiva: abbandonare l’attuale modello di mobilità per riprogettare le nostre città rimettendo al centro le persone e l’ambiente.
Costruito da chi, spinto solo da un interesse generale, da anni porta avanti campagne culturali, sociali e politiche di trasformazione delle nostre città e di difesa del servizio pubblico.
Interverranno tecnici ed esperti, lavoratori in lotta ed esponenti di movimenti sociali e politici di difesa dei territori.

Ora, di mio, vorrei far notare qualcosa in ordine sparso.
- Nello stesso giorno, la mattina dell’8 febbraio, è in programma un esempio del vecchio modo di truffarci con le perline della mobilità sostenibile, a cura degli stessi che hanno favorito e fomentato l’attuale disastro;
- sempre lo stesso giorno Roma sarà teatro di un imponente sciopero dei mezzi pubblici, 24 ore di panico, a dimostrazione dello stato di enorme disagio creato nelle municipalizzate da parte di chi ne succhia il sangue (le attuali amministrazioni, che dovremo rifondare al più presto); magari ce ne parlerà il delegato Atac.
- Tutto ciò si verifica in una strana congiunzione astrale: un anno fa nasceva Salvaiciclisti, 4 mesi fa abbiamo dato vita al Libro rosso della mobilità nuova in cui prospettiamo soluzioni al disastro, e da qualche giorno è scoppiato uno scandalo enorme di mazzette poderose sul trasporto pubblico locale, che promette di svelare porcate ancora più grosse (peraltro prevedibili, lo scrivevo il 3 febbraio 2012 qui).

Direi proprio che sia il caso di iniziare finalmente a cambiare la mobilità romana. E se cambia a Roma, cambia in Italia. Damose na svejata tutti.

Ci vediamo all’Urban center di via Niccolò Odero alle 16 di venerdì 8 febbraio. A due passi dal Palladium e a uno dal Csoa La Strada.

Un’amica mia è diventata sindaco di Roma

Lei ha un nickname, Bicisnob. La conosciamo tutti così: è una tipa tosta, spinge forte sui pedali ma non ha le gambe a tronchetto, usa solo bici a ruota fissa senza freni, sa fare tutto con la bici.
E’ davvero brava in tutto, tranne che in cucina (un po’ maldestra); nata da genitori inglesi ma a Roma da sempre. Ha assorbito la natura profonda di Roma,  quello che i pischelli di oggi definiscono “scialla”: ha 26 anni fatti da poco [se mi legge, e mi leggerà mannaggiammé] e a volte sbraca pesante, però è davvero seria.

Lei ha fatto questo sogno, che ora vi spiffero:

“Ho sognato che ero sindaco di Roma. La prima seduta di giunta approvavo la delibera per la totale e definitiva chiusura al traffico dell’area all’interno della fascia verde. Subito dopo, in un’affollata conferenza stampa, decine di giornalisti mi domandavano tutti la stessa cosa: “Sindaco, ma si rende conto delle ripercussioni sulla mobilità dei romani? Lei sta paralizzando una città? Lei sta togliendo alle persone il diritto a usare l’automobile”. E io, finalmente, potevo argomentare il motivo di tale scelta e rispondere con un lungo quanto articolato intervento: “E STI CAZZI”.