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Gli altri non lo sanno ma io osservo gli angoli delle loro labbra, oltre alle iridi, quando parlo con loro.
Vedo quegli apici che si formano improvvisamente. Quelli che comunemente formano il sorrisetto. Significano “tu sei un ingenuo, non capisci come va la vita”. Uno o due per lato. Qualcuno li fa in basso, e apprezzo l’amarezza. Quelli in alto concordano con gli occhi, e sono un sollievo per le mie sinapsi usurate dagli stessi percorsi di ragionamento sulle cose di strada.
Sono quelli orizzontali che mi dànno da pensare.
Appartengono a chi sa come si vive. A coloro che [oh: da quando sono in vita!] hanno capito tutto e stanno comodi anche nella bufera. Non come il capitano McWhirr del Tifone di Conrad, quelli che sono nella bufera e non la sentono per la loro immensa capacità di non sentire niente e ridere di tutto. Uomini e donne d’aperitivo, aperitivo a cui assisto quotidianamente perché sono affascinato dalle loro movenze e dai loro discorsi, e naturalmente perché mi piace bere. I cinguettii sui rami, altro che twitter. E altro che uccelli: primàti che cinguettano, ragazzi che volete di più dalla vita?
“Le cose stanno così, se vuoi cambiarle sei un ingenuo”: questo è il messaggio che mi trasmettono quegli apici orizzontali su labbra per ora vive.
Ne ho visto tantissime in corso di vita.
Magari hanno ragione a ingombrare le città da soli dentro scatole, a pagare per questo e a indignarsi quando sistemi molto più grandi li vengono a prendere a casa con letterine equine dall’Italia e perdono improvvisamente la calma e sparano. O che ne so, sarebbero capaci di uccidere per un parcheggio. A volte lo fanno.
Penso che la loro saggezza derivi dai pochi secoli di abbrutimento che li hanno assuefatti a cose che pensano siano più grandi di loro [e invece no].
Ma sono molto saggi. Infatti non lottano. Infatti non muovono un muscolo per andare verso un cambiamento.
Sono molto zzzen. Ma davvero. “Lascia che sia”. E lascia, lascia.
Poi tuo figlio non lavora e magari s’ammazza, oppure lo mettono sotto lo stesso tipo di macchina che hai tu. Anche un altro, l’effetto è identico.
Poi tuo padre si spara e tu te la prendi con i burocrati.
Davvero non capisco da dove escano quegli apici ai lati delle labbra. Ma so che sono il prodotto di secoli di saggezza contadina, quella che ci piace tanto.
Oh come ci piace. La stasi, l’immobilità. Saggezza pura. Non li invidio affatto.
Sabato scorso a Roma avete assistito alla materializzazione di un tipo di gente nuova. Le decine di migliaia ai Fori Imperiali erano lì perché chiamate, dal web, dai vari media, dallo strumento molto vintage dei manifesti e dei volantini, dal passaparola, dal tam tam urbano, a fare una cosa semplice e fortissima: mettere il proprio corpo e il proprio cervellocuoreanima in un luogo scelto come appuntamento per la sua elevata capacità di evocazione simbolica. Mettersi lì aveva un solo significato: dire “ora si cambia strada”, come #salvaiciclisti ha sintetizzato.
Quelle decine di migliaia (a proposito: erano 800 per la mia vechia amica, la questura…) hanno creato improvvisamente e a insaputa di tutti la più grande manifestazione della storia non solo italiana per la mobilità urbana a impatto zero. Sono mille gli aspetti di quelle ore che mi hanno reso incredulo e sbalordito, a partire dalle presenze. Per esempio lo stato impeccabile della strada che abbiamo lasciato; la totale incuranza di divieti imbecilli ad andare in giro in massa con cui in migliaia si sono messi a pedalare per Roma, arrivando anche dentro piazza San Pietro in 2.000 circa; la sensazione di aver sbalordito non solo noi stessi ma un’intera società, che fino ad allora era all’oscuro di noi e delle nostre proposte, istanze, desideri, forza.
Ho visto dentro la folla anche persone che fino a qualche ora prima erano contrarie, anche con asprezza, all’esperienza #salvaiciclisti: a loro dò il mio “bentornati”. Hanno visto, credo, che quando un’idea semplice e forte viene accolta non esiste né forza né debolezza al mondo capace di contrastarla. Questa è la forza della nostra specie, sapersi radunare istintivamente attorno alle buone proposte. Ricordatelo, mentre crescete.
Non ci siamo fermati un attimo in questi 3 giorni successivi a quella meravigliosa folla. Abbiamo capito, come tutti, che la cosa doveva andare fuori controllo, sempre in #salvaiciclisti style, e i promotori del movimento, quelli che i media definiscono ciclobloggers, hanno promosso anche la diaspora del simbolo in creative commons, il suggerimenti di iniziative simboliche locali (la prima ieri al concertone del primo maggio, con la maglietta fatta indossare a Caparezza), la preparazione di un pdf in cui si riportano le tecniche fin qui usate per arrivare a imporre un dibattito pubblico, sociale, sulla ciclabilità delle città italiane.
L’argomento ormai è sul tavolo ma bisogna continuare a tenere alte guardia e attenzione. Naturalmente sono benvenute tutte le anime che hanno capito quanto sia importante cambiare le nostre città, oggi nello stato peggiore ottenibile da una società ricca e in salute.
La gente del 28 aprile ha assistito allo svelamento di sé: siamo la gente del terzo millennio vero, quello che tutti vogliamo. Saremo inarrestabili, se vogliamo. Basta un minimo di organizzazione intorno all’idea di semplicità, cosa che i contemporanei appartenenti al vecchio mondo non sanno neanche vedere.
Bacidibici.
#salvaiciclisti è un movimento spontaneo nato da un’esigenza fortemente sentita. Apparentemente è anonimo.
Non è così.
#salvaciclisti è Simone, 28 anni, pubblicitario
è Paolo, 33 anni, disoccupato
Carmine, 58 anni, metalmeccanico in cassa integrazione
Valerio, 59 anni, informatico
Marta, 29 anni, manager
Giuseppe, 30 anni, impegato a tempo indeterminato
Alfredo, 39 anni, funzionario
Roberto, 56 anni, corriere in bici
Paolo, 48 anni, giornalista
Giselle, 30 anni, attrice
William, 40 anni, informatico
Marco, 22 anni, meccanico
Laura, 34 anni, illustratrice grafica
Noemi, 29 anni, grafica
Alessandro, 35 anni, geometra
Paolo, 51, insegnante
Francesca, 22, studentessa
Mario, 51, poeta, pittore e disoccupato
Simone, 31, operaio
Fabio, 66, pensionato
Marco, 49, statistico
Roberto, 26, studente
Mourin, 47, disoccupato
Lucia, 38, impiegata
Valeria, 32, consulente e mamma
Luciano, 20, studente
Marta, 63, insegnante e nonna
Felix, 33, organizzatore di eventi
Luca, 31, chef
Andrea, 43, meteorologo
Ivan, 21, disoccupato
Daniele, 38, consulente finanziario
Vale, 25, stagista
Gulia, 24, studente
Michele,38, musicista
Carmen, 38, ricercatrice
Claudio, 49, libero professionista
Sara, 30, impiegata
Eugeni, 57, ex metalmeccanico
Filippo, 32, cartografo
Lodovico, 38, cooperante
Massimo, 36, restauratore
Diego, 41, artigiano
Ciro, 43, imprenditore
Carmine, 19, studente
Katiuscia, 31, commerciante
Paolo, 31, biciclettaio
Elena, 28, grafica
Vincenzo, 36, disoccupato
Paolo, 54, impiegato
Alberto, 65, pensionato
Gianluca, 42, militare
Carla, 41, poligrafica
Ben, 43, disoccupato
Matteo, 19, studente
Barbara, 46, assistente alla poltrona
Pierluigi, 50, fotografo
Alessandro, 41, statistico
Micol, 42, architetto
Francesca, 28, designer di gioielli
e tanti altri -in tutto finora siamo 17.706 ad aver aderito, e stimo che a poter aderire siano invece folle molto più vaste-, che mi scuseranno per non essere stati citati: ma siamo tutti noi, la gente di oggi, Italia, in strada. Tutte, tutti.
Ricevo questa lettera dal nostro leader unico, al momento in clandestinità ma pronto a guidare la rivoluzione del 28 aprile, Pio La Bici. Il mio dovere ora è pubblicare le sue parole: leggetele.
“Sarò chiaro.
Stanno tutti saltando sul carro prima della manifestazione di Roma, cercando un passaggio gratis.
Non deve essere così.
Se, come credo, sarà una manifestazione epocale, non bisogna fare gli amiconi, non bisogna farsi prendere dalla gioia.
Se saremo tanti in strada non perdiamo la testa: non abbracciamo chiunque.
Dovremo cercare di essere sereni come eravamo prima che esplodesse questa meraviglia che abbiamo costruito per istinto e forza d’animo e anni di scelta consapevole.
I nostri occhi devono vedere chiaro: come se nulla di tutto ciò accadesse.
Si avvicineranno. avranno sorrisi. scambieranno sguardi d’intesa, carichi di intensità posticcia. Sappiatelo. Faranno così.
Il nostro compito è ora mantenere equilibrio e consapevolezza.
C’è un movimento che, assurdamente e a totale insaputa dei suoi promotori, ha scatenato un vespaio. Ora questo vespaio sciama, e sciamerà. C’è gente che vuole governarlo. Che vuole gestirlo. Che ne vuole trarre giovamento. Che non ha idea di cosa si stia dicendo.
Io voglio silenzio da parte di costoro.
Io pretendo silenzio da parte di costoro.
Vi stimolo a considerare l’eccezionale momento che sta per scaturire.
Abbiate tutti gli occhi limpidi. Se vi capiterà di piangere godetene dopo e nel frattempo non perdete equilibrio e compostezza.
Sarà una giornata incredibile ma non conta niente se poi non si cambia davvero la strada. Il nostro unico obiettivo è quello, poco importa il successo di oggi, deve essere ricostruito il domani rubato da decenni.
Tutti a Roma il 28 aprile, alle 15 esatte ai Fori Imperiali l’Italia cambia strada. “
Nell’ambiente si dice “cane non mangia cane”: ovvero chi scrive su un giornale di solito non viene attaccato da un altro che scrive su una testata diversa.
Ma qui siamo su un blog e facciamo quel che crediamo di fare, visto che editori che ti si aggrappino al collo non ce n’è.
E allora andiamo a guardare (gratis, mi raccomando: al bar di fiducia) la pagina 29 del “Corriere della Sera” di oggi 14 aprile 2012. La paginona, iniziativa annunciata in discreta sonorità su Twitter dal direttore del Corsera, Ferruccio De Bortoli (@DeBortoliF, per cinguettargli opinioni) , ha il seguente titolo: “La campagna a favore dei ciclisti che irrita automobilisti e pedoni”. Catenaccio (sottotitolo) “I tweet contro chi pedala: ‘arroganti, giù dai marciapiedi’”.
Bene, se volete leggete l’articolo, che fortunatamente è solo sul cartaceo e non lascerà traccia a partire dall’aperitivo di stasera. Potete immaginare che una botta qui e una lì, si snoda attraverso il fil rouge ben indicato da titolo e catenaccio.
Veniamo quindi a sapere dal massimo quotidiano italiano (dopo la Gazzetta dello Sport, sempre Rcs, e guardacaso il foglio che prima ha annunciato con squilli di tromba l’appoggio a #salvaiciclisti salvo poi scordarsene e, ciliegina, sbattere fuori a calci in culo Paolo Pinzuti a cui la Gazza aveva affidato un blog e poi l’ha chiuso bruscamente per opinioni non lusinghiere del Pinz nei confronti del direttore di Rcs Sport: alla faccia della libertà di opinione e critica), veniamo a sapere dicevo che il ciclista è un pericolo per pedoni e un fastidio per automobilisti. Mumble mumble… e per chi altri?, comincio a pensare.
Andiamo a vedere le quote della proprietà del Corsera. Ed eccole qui: ”Al 10 febbraio 2010, l’azionariato di RCS MediaGroup S.p.A., aggiornato secondo le comunicazioni pervenute alla Consob, è così composto:
Mediobanca S.p.A. – 14,209%
Giovanni Agnelli & C. S.A.p.A., tramite Fiat – 10,497%
Pirelli & C S.p.A rappresentata da Marco Tronchetti Provera – 5,166%
Gruppo Benetton – 5,100%; tramite Edizione S.r.l.
Intesa Sanpaolo – 5,065%”;
e tanti altri, ma mi fermo qui segnalando solo che si tratta sempre della stessa solfa. Li potete trovare sul web.
Non penso male, per carità. Ma forse chi propone un cambiamento modale profondo in un paese di macchine, nello stesso paese dove i consumi di benza sono al -10% quest’anno sullo scorso anno e gli acquisti di automobili al -37% a marzo 2012 rispetto al marzo precedente magari non può aspettarsi di trovare alleati nelle piccole ditte famigliari sopra indicate. Né di essere visto con simpatia. Peccato però che ieri De Bortoli twittava allegramente “#salvaiciclisti, una iniziativa da sostenere, mandateci le vostre osservazioni e proposte. Grazie.” Se quell’articolo è un sostegno, mi sa che hanno sbagliato punto dove appoggiarcelo….
Pazienza, vinceremo ugualmente questa battaglia di civiltà. Tutti a Roma il 28 aprile, dalle 15 ai Fori Imperiali “L’Italia cambia strada”, con buona pace delle vecchie e malridotte aziende incapaci di riconvertirsi.
Lo so che nessuna persona normale può crederci ma oggi 5 aprile 2012, a distanza dal mio primo ingresso in questura a Roma per il nulla osta alla manifestazione #salvaiciclisti, il 6 marzo 2012, sono uscito dalla medesima questura (dopo essere stato chiamato al telefono per “ritirare il preavviso”) con un foglio di carta scritto da me e in cui l’unica traccia di passaggio dall’ufficio pubblico chiamato questura è quello che vi faccio vedere sotto.

Si tratta di una sigla, vergata a mano dall’ufficio che dopo un mese scarso ha accettato il preavviso di manifestazione, cosa che poteva essere fatta esattamente il 6 marzo 2012. Altro non c’è. Se non mi credete vi faccio vedere un estratto dell’intero foglio A4 gentilmente fornitomi dalla questura, dove ho scritto di mio pugno di che si tratta (dopo averlo spiegato #3 volte a voce), ma sotto dettatura per le cose di forma che piacciono tanto agli uffici pubblici (tranne poi rifiutarsi di mettere timbro o protocollo, che piacciono ugualmente tanto agli uffici pubblici ma non a questo):
la foto è opportunamente tagliata e resa illegibile per evitare che si vedano i miei dati. Ma potete vedere ove sia collocata l’unica traccia scritta del mio passaggio in questura romana.
Naturalmente sono in seguito entrato poco diplomaticamente dentro la stanza dell’appositofunzionarioditurno, che gentilmente ha rifiutato per ben tre volte, persino dopo che il gallo aveva cantato e alla presenza di un testimone, di apporre alcunché di repubblicano italiano, anche un solo schifo di timbro lercio, alla cartaccia che qualsiasi giudice mi rifiuterebbe sghignazzando in caso di problemi.
Bene, vi devo raccontare il seguito, ovvero com’è successo che dopo alcune insistenze e casi fortuiti di varia natura sono andato a parlare con il capo di gabinetto del sindaco di Roma.
Mi consentirete di parlarvene un’altra volta: la cosa assume aspetti grotteschi e molto particolari, e siccome oggi ho molto sofferto l’anormalità del luogo in cui vivo vorrei che la vostra eventuale curiosità rimanesse così: un po’ appesa e incerta, come siamo appesi noi #salvaiciclisti da un mese il 6 aprile 2012 per manifestare a Roma l’esigenza di una comunità estesa di vivere ciò che in paesi europei meno indegni del nostro è realtà già da decenni.
Sappiate comunque che la manifestazione è ok per il ministero dell’Interno. Ora tocca al comune di Roma. Secondo me quelli del comune stanno tenendoci sulla corda per calarci dall’alto il loro “sì”, acché noi si sia più morbidi. E sempre secondo me non hanno capito un cazzo e stanno solo ottenendo di dare la stura a un vespaio sempre più incarognito.
Alla prossima puntata, che sarà “Un giorno in comune #1″, stimando di passarne almeno un altro (o due) e continuare così la saga del riconoscimento di un diritto scritto nell’articolo 17 della Costituzione lungamente pensata da coloro che stimo miei padri ideali, così come spero che anche voi sentiate.
Il 28 aprile 2012 tutti a Roma a via dei Fori Imperiali dalle 15. A questo punto è sempre più necessario, e non solo per la ciclabilità di questo paesucolo ma anche per contribuire, da parte nostra e con le nostre ragioni, a farlo diventare un paese finalmente decente.
Credo che il 28 aprile vedremo qualcosa di incredibile.
Magari è solo la mia fantasia, aiutata dal primo caldo e dall’ora legale che allunga le giornate, dalla luce sempre più intensa: ma credo davvero che ai Fori Imperiali il 28/4 (mi ripeto questa data come un mantra) saremo in tantissimi per cambiare il modo di stare in strada di tutti.
#Salvaiciclisti sembra essere diventato una specie di parente collettivo, chiunque io conosca ne ha sentito parlare anche se non fa parte del “giro delle biciclette”, persone di ogni età sono a conoscenza di questa campagna di civiltà. Non passa giorno che da qualche parte d’Italia non mi arrivino notizie di realtà locali che stanno organizzando la trasferta romana, una sabbia al momento invisibile che ha altissime possibilità di depositarsi lievemente ma decisamente sul selciato della via centrale più ampia e malpercorsa della capitale di questo disperato e disperante paese.
Intanto, ieri a Roma i Ciclonauti hanno svolto la seconda delle loro annuali aste di biciclette riciclate. Piazza Madonna de’ Monti era piena come non ho mai visto. Ogni cosa sembrava essere perfetta: chi aveva organizzato il contest di pane fatto in casa, chi raccoglieva firme per questa o quella battaglia, chi aggiustava bici, chi le guardava e valutava, chi faceva girare il frullatore a pedali per fare frullati di frutta o verdura, bambini ovunque, bici ovunque, lo striscione di #salvaiciclisti fotografato da passanti e residenti. Il rione Monti sembrava essere diventato per un giorno il centro dell’attivismo, inteso in senso proprio, ciclistico del paese. L’interesse per la manifestazione, di cui abbiamo parlato ad una folla incredibilmente attenta, era altissimo. La compostezza decisa con cui hanno applaudito le proposte di #sic, come ormai lo abbreviamo un po’ tutti sul web, mi ha addirittura fatto pensare che non eravamo più nel paese del bunga bunga. Forse non ci siamo mai stati, forse solo una minoranza aggressiva ce lo ha sbattuto in faccia facendoci credere di essere maggioranza.
Qualcosa deve essere scattato nella testa di tutti. Serietà, consapevolezza. Necessità di equilibrio e armonia per quanto possibili. La sensazione di essere ormai adulti e in grado di cambiare le cose che non vanno. La scomparsa della paura di vincere.
Magari mi sbaglio. Forse mi illudo. Può darsi che sogni. Però; però.
Le inevitabili anime perdute che criticano aspramente questa campagna (badate bene: non nella Fiat o in qualche anfratto sperduto di lobbismi assenti da scrupoli, ma all’interno del cicloattivismo, roba da lasciare sbalorditi gli “estranei” ma, vi assicuro, da sempre presente nei movimenti, che appunto non si sviluppano quasi mai) stavolta sono ridotte a pochissime unità isolate e scollegate. Qualche anno fa sarebbero state un paio di decine, come durante il boicottaggio del Bicycle Film Festival del 2007. Lo trovo un ulteriore segno di maturità dei tempi, e della necessità per un’intera società di cambiare strada e cambiare la strada.
Il 28 aprile alle 15 tutti ai Fori Imperiali, e da tutta Italia.
Attenzione che qui si sfiora il surreale. E in realtà devo dire che la cosa inizia a divertirmi.
Dunque il lunedì mattina della settimana in corso si apre con una notizia che ha solamente il freeepress Metro: il sindaco di Roma, noto per varie vicende tra cui quella di aver aderito con un messaggio video di quasi 3 minuti alla campagna #salvaiciclisti rompe gli indugi e dichiara nettamente che “la manifestazione dei ciclisti del 28 aprile va fatta, e ci sarò anche io”. A noi interessa la prima parte del suo endorsement, non la seconda, che comunque è una libera scelta di ogni cittadino (anzi, benvenuto nell’era delle conquiste sociali, sindaco) e quindi ci fiondiamo in questura dopo un caffé e la lettura quotidiana della rete per vedere che succede.
Sottolineo che si tratta sempre della solita questura, quella di via di S.Vitale, dalle parti di via Nazionale. Ormai io e gli agenti di guardia ci conosciamo di vista. Ho sempre lo stesso palo dove parcheggio la mia cara Oliata, metto la catena, tiro fuori il documento e vado al primo piano dove c’è l’ufficio che tratta le manifestazioni.
Arriva il solito funzionario, che scopro in realtà essere un ispettore, lo stesso che ha iniziato il bailamme inventandosi la storia delle manifestazioni vietate a bordo dei mezzi, poi smentita dalle risate generali di stuoli di avvocati. Egli, nuovamente, non ha risposte per #salvaiciclisti e dunque chiama un superiore, la funzionaria di turno, una signora elegante e piccolina molto gentile ma fermissima nel non dare spazi ad alcun tipo di suggestione dialogante.
“Abbiamo visto l’articolo -dice, mostrandomi l’ormai erto incartamento che riguarda la manifestazione del 28 aprile per l’Italia ciclabile- e ci ciamo messi in contatto con il gabinetto del sindaco, il quale ci ha confermato….”
“Ah, finalmente, bene!”, interrompo io.
“… ci ha confermato che non esiste ancora nessuna autorizzazione da parte del sindaco -prosegue lei-. Ma entro oggi va dal sindaco a chiedere cosa deve fare”.
“Quindi entro oggi la cosa si risolve. E vabbe’, aspettiamo ancora qualche altra ora”.
“La richiamo subito, appena abbiamo la conferma”; conclude.
Qualche ora dopo, il pomeriggio, chiamo la questura chiedendo lumi. C’è un altro funzionario di turno, il quale con il consueto sgarbo mi tacita dicendo che non devo essere impaziente (grazie papa’ per la lezione) e che ancora non hanno ricevuto niente, quando sarà mi chiameranno, ora basta che abbiamo altre cose da fare e non possiamo stare dietro a lei per questa cosa.
Mh. Vabbe’, m’accollo anche questo funzionario, tanto ormai tra i rischi quotidiani in strada, le moine e le blandizie della politica, i flash mob, le azioncine quotidiane come quella di un’ora dopo il terzo ingresso in questura (lo striscione in regione) una certa pazienza ho dovuto crearmela, anche se fittizia. Posticcia direi.
Direi anzi che tra un po’ la pazienza la perdo e comincio filmare di nascosto i miei dialoghi tra questura e comune. Faccio un bel video e vi rendo partecipi delle pèeripezie che stiamo affrontando per una manifestazione oserei dire a questo punto sacra.
Mettetevi comodi.
Oggi sono tornato in questura, insieme a un avvocato, per ribadire stavolta per iscritto la nostra volontà di manifestarea Roma il 28 aprile prossimo, in contemporanea con Londra, per imporre la necessità di avere una mobilità ciclistica vera anche in Italia.
C’ero stato una decina di giorni fa per lo stesso motivo, ed avevo ottenuto un assurdo “no”.
Stavolta, dicevo, ci sono tornato con un legale. Questa volta il no secco e brutale non c’è stato: c’è stato invece quello che definirei il “piano B” dei questurini per non far svolgere la manifestazione che, ricordo, non ha bisogno di alcuna autorizzazione ma di un semplice nulla osta: ovvero, si informa la questura della manifestazione, con data, ora, numero plausibile di partecipanti, percorso, caratteristiche. Se non ci sono gravi motivi di ordine pubblico e soprattutto comprovati, nessuno può opporsi, tantomeno una questura.
Questa invece lo ha fatto ma con una mossa di sponda: la funzionaria di oggi (insieme al funzionario dell’altra volta) ci hanno chiesto un preventivo assenso del comune. Né l’avvocato né io siamo riusciti a convincerli dell’inutilità della richiesta, naturalmente anche questa verbale giacché non hanno voluto né accogliere il nostro documento né rtantomeno risponderci per iscritto. Hanno solo affettato naturalezza e ragionevolezza, una tecnica credo militare che insegnano alla loro scuola, immagino: dire cose assurde con toni concilianti; forse serve a ipnotizzare l’avversario. Malgrado le nostre proteste, siamo andati in comune a fare la richiesta, protocollata e debitamente timbrata (nel caso di mia premorienza o altri scherzetti stupidi della burocrazia vi dico il numero di protocollo: RA/17577 del 16 marzo 2012).
E qui comincia l’insabbiamento. Malgrado le assicurazioni che avremmo potuto parlare con l’ufficio apposito (gabinetto del sindaco), non ci hanno ricevuto per imprecisata riunione urgente.
Ho quindi chiesto di parlare con qualche altro funzionario, mi hanno indicato una tal dottoressa X che però lavora in un altro ufficio, non al Campidoglio. Altra molestia.
Taglio corto e chiamo al telefono un membro della giunta, di cui non farò il nome per opportunità. Ha assicurato che parlerà con il capo di gabinetto, chiedendo però alcune modifiche alla maifestazione, che però ho rifiutato. Ci parlerò ancora, la persona è ragionevole e sa mangiare con le posate. Vedremo.
Qui e ora, alla seconda stazione di quella che ho già capito essere una laicissima Via Crucis per tutti i #salvaiciclisti,posso dire una sola cosa: il 28 aprile 2012 manifesteremo a Roma, insieme a Londra, per cambiare la mobilità questo maledetto paese e agganciare gli standard di civiltà che tutti gli italiani perbene vogliono. E lo faremo con tutti i crismi dell’ufficialità: come simbolo, come intenzione e come dimostrazione della totale normalità delle nostre proposte e rivendicazioni. Sarà una manifestazione vera, e al posto delle bandiere avremo le nostre bici.
Di tutto quanto ho scritto levo ogni cosa. Lascio solo la frase sotto. E i commenti.
Sono molto scosso dall’impossibilità di far capire quale fosse il mio intento. Ma in questa tragedia io non conto niente, né ora né poi.
lotto perché non accada alle mie figlie. e perché la gente di oggi torni a essere normale.