C’è voglia di aria nuova a Roma

Sommersi come siamo da notizie di ogni tipo e caratura, forse ai più ne è sfuggita una che mi piace molto: da un sondaggio del Corriere della Sera, pagina romana, risulta che 2 romani su 3 vorrebbero che le automobili pagassero per entrare al centro, come dal 16 gennaio si fa a Milano (e come dal 2003 si fa a Londra). Nel momento in cui scrivo, 1.397 votanti si sono così suddivisi: 66,7% per il “sì”, 33,3% per il “no”. Un risultato epocale, in una popolazione abbarbicata alle proprie macchine come patelle su uno scoglio.

La proposta nasce da un gruppo di cui faccio parte, il coordinamento “Di traffico si muore”  attivo negli ultimi due anni. Si tratta di ciclisti urbani molto motivati a vedere in corso di esistenza un cambiamento di Roma.
I ciclisti urbani moderni, come non smetto di ripetere in ogni luogo, salsa e occasione, sono la forma di vita più evoluta nel traffico occidentale: e questo non malgrado usino la bicicletta, un mezzo che ha un paio di secoli scarsi, ma proprio perché usano la bicicletta: ne hanno riscoperto le potenzialità e, facendosi due conti non solo economici, hanno buttato i mezzi a motore che usavano e l’hanno scelta come mezzo abituale, se non esclusivo.

Può sembrare, e infatti a qualcuno sembra, una vita da emarginato, da sfigato, al meglio da eccentrico. Eppure in altri paesi europei questi sfigatoni sono la metà della popolazione delle zone urbane, e di ogni età e fascia sociale.

Dunque, dopo aver proposto l’area C anche a Roma e dopo che il Corriere ha deciso di farne un sondaggio, ho pensato: “oddìo adesso ci massacrano, nessuno la vorrà”.
Invece chi la vuole è in numero doppio rispetto a chi non la vuole.

E’ possibile, ripeto possibile (ma la statistica, mi insegnò anni fa un esperto, prevede che i risultati siano potenzialmente validi a partire dalle 5 risposte) che questa popolazione di bolliti mentali abbia finalmente realizzato che così non si può andare avanti e che qualcosa dobbiamo fare per eliminare lo svacco che abbiamo lasciato dilagare negli ultimi decenni a Roma, e in Italia.
Credo che ci sia davvero voglia di aria nuova, di una diversa vita in città, nella città che ci piace e che spesso odiamo per come è incasinata: e credo che abbiamo cominciato a capire che sia incasinata non per un qualche fenomeno alieno o meteorologico, ma per colpa nostra, di questa collettività. E allora cominciamo con questo: fuori le macchine dal centro di Roma, e per sempre. Il resto verrà spontaneamente.

Due giorni dopo questa proposta sono stato chiamato da Radio Città Futura, per parlarne in trasmissione. In collegamento c’era anche Aurigemma, assessore alla Mobilità, che conosco per aver trattato con lui alcuni miglioramenti per i ciclisti romani, poi parzialmente attuati. Lui è contrario alla “congestion charge” proposta da noi, e attuata a Milano, perché “non è il momento di dare nuove gabelle” ai romani. Io sostenevo che non si tratta di una gabella: è un disincentivo, se non prendi la macchina non paghi niente.
Sono due impostazioni opposte: una presume che la macchina sia inevitabile, l’altra sostiene che invece sia evitabile, e ampiamente.
Già vivono così in altre città occidentali: a noi che manca? Il sondaggio forse ha risposto: non ci manca più niente, siamo pronti. Manca solo l’azione degli amministratori. Una scintilla.

E secondo me, dopo una vita in minoranza, forse adesso faccio parte di una maggioranza potenziale. Sarebbe davvero la prima volta e, oh!: mi piace.

A Milano, dal 16 gennaio, gli ingressi di automobili in centro si sono ridotti del 40%, senza particolari traumi. Vi immaginate quanto sarebbe (tornerebbe) bella e vivibile Roma con quasi metà macchine in meno?

Il traffico è una forma di malavita

Due numeri: 35 e 291.
Il primo: i morti ammazzati a Roma per criminalità cosiddetta comune nel 2011, dato recentemente comunicato dal sindaco. Il secondo: i morti ammazzati per strada a Roma e provincia nel 2010, il dato più aggiornato possibile dell’Istat; i feriti sono 31.055 e nessuno al mondo può dire quali siano i livelli di gravità delle lesioni. Che la statistica sia aggiornata all’anno precedente a quello appena archiviato è già significativo di per sé: un’attenzione lieve, quasi sottovalutazione, sui morti per scontri stradali.
I dati istat possono essere consultati su http://dati.istat.it/, ma dovrete cercarli in “Salute e sanità”, come se si trattasse di malattie.

Ciò che vedo io per strada non è un fenomeno sanitario, se non alla fine dell’evento che li ha causati; e solo se si tratta di feriti, ché i morti non si riescono ancora a riportare in vita.
Si tratta di morti, e uomini e donne feriti, per eventi non dovuti a calamità naturali o simili ma esclusivamente  all’azione di altri umani.  Le vittime sono di ogni età, i carnefici sono solo adulti.
Sapendo che potrei dare del termine “malavita” un’interpretazione favorevole a ciò che sento, trascrivo invece ciò che leggo sul mio dizionario (Garzanti 2003): “1 vita condotta fuori della legge e delle regole sociali e morali; 2 insieme di coloro che praticano questo genere di vita”.
Senza voler sostenere che il dizionario che leggo sia un testo sacro, non riesco a vedere alcuna differenza tra la definizione di malavita che ne dà e ciò che vedo per strada, a volte di persona e finora, almeno da quando vivo in bici, fortunatamente solo come spettatore casuale (non metto in conto le volte che ho dovuto invece essere comprimario di un litigio on the road): e cioé che guidare mezzi contundenti fuori da ciò che dovrebbe essere considerato un comportamento giusto o corretto è una forma di malavita; e che l’insieme di coloro che compongono il cosiddetto traffico praticano molto spesso un genere di comportamento fuori dalle regole sociali e morali.
Voglio osservare e far osservare che i morti ammazzati per ciò che viene da tutti considerata criminalità sono un numero parecchio minore di quello che viene rubricato come incidentalità stradale e che invece deriva da comportamenti criminali per strada.

Non un solo morto o ferito ci deve essere per “violenza”, secondo me e secondo molti. Perché lo stesso sentire non viene applicato per i morti e i feriti per strada? Per me resta un mistero. O meglio, non tanto: sospetto che sia una rimozione dovuta alle singole “comodità” declinate in collettivo; e forse anche a un calcolo economico sovrastante le singole personalità: uno dei segreti meglio custoditi nelle coscienze singole e collettiva. E intenzionalmente non parlo della malavita comportamentale che non produce morti e feriti, le varie angherie che ognuno conosce come il parcheggio rasente il portone di casa, sul marciapiede, in doppia fila, la sgommata fischiante, la frenata quasi addosso, e i terrori derivanti e lentamente consumanti le singole esistenze.

I numeri comunque sono quelli, qualsiasi cosa si pensi di ciò che dico: 35 di pistole, coltelli, botte ecc. e 291 di macchine ecc. Il traffico si configura come una malavita -intenzionale, perché in gran parte potrebbe essere evitato- particolarmente letale.

Ps: l’Istat scrive anche ciò, sintetizzando il dato nazionale: Nel 2010 sono stati registrati in Italia 211.404 incidenti stradali con lesioni a persone. Il numero dei morti è stato pari a 4.090, quello dei feriti ammonta a 302.735.

Delle definizioni fuorvianti e dei loro effetti

Che le parole siano importanti è una semplice e candida verità.

Nel lessico moderno che si usa per definire le cose di strada esistono una serie di definizioni fuorvianti, e secondo me dolosamente fuorvianti, su molti aspetti della fenomenologia stradale. Il fatto che la società non se ne accorga è una delle tante prove dell’immensa rimozione collettiva che i contemporanei attuano quando si parla di vicende di traffico, viabilità, mobilità. Solo estraendosi da questa sorta di melma rallentante e vivendo una vita differente, come in numero sempre maggiore stiamo facendo noi ciclisti quotidiani urbani,  si riesce a vedere con chiarezza quante definizioni siano ribaltate o ingiuste.

La regina di queste definizioni è quella che bolla i ciclisti come utenza debole: una marchiatura che grida vendetta sotto più di un aspetto.
Noi ciclisti quotidiani abbiamo due gambe d’acciaio, natiche notevolmente toniche e anche il resto del corpo sviluppa e usa una discreta quantità di  forza fisica, proprio perché il nostro motore è l’intero corpo, il primo utensile dell’essere umano. Abbiamo riflessi da faina, necessari per schivare i lobomotorizzati che pensano di essere soli al mondo; dobbiamo persino sviluppare quella forma di incoscienza limitrofa al coraggio per farci strada in una città incistata di macchine nervose e dalla notevole massa, letale in caso di scontro.
E ci vengono a chiamare utenza debole? Debole sarai tu, con le tue natiche mollemente incastonate in una poltrona, che sia della macchina, dell’ufficio o del soggiorno di casa. “Ma noi ci riferiamo al fatto che se vi investiamo vi fate male”, pigolano in risposta i benpensanti. Ecco bravi, non ci investite, aprite occhi e cervello: e realizzate che, come tutti, ci possiamo rompere le ossa. Fragili come chiunque, non certo deboli.

Altro fenomeno paranormale del lessico stradale è chiamare incidenti gli scontri tra veicoli.  Incidente evoca la casualità, un’occasione eccezionale. E invece gli incidenti sono un fenomeno inalterabile a parità di veicoli presenti: ci sono da quando esiste la mobilità tramite veicoli concentrati in un luogo definito. “Ops! ho fatto un incidente, ma guarda un po’!”. Una quota costante di scontri non è definibile casualità.

Pirata della strada è quel criminale deficiente che scappa dopo aver travolto qualcuno: egli è in realtà, appunto, un criminale che commette un reato. Se lo definisci pirata evochi, anche in questo caso, qualcosa di considerato carino fin dalla nostra più tenera età: chi non si è mai mascherato da pirata a Carnevale da bambino? E Johnny Depp dove lo mettiamo? E tutto il romanticume attorno ai pirati? Invece qui c’è ben poco di romantico: un vigliacco che scappa dopo aver ferito o ucciso qualcuno è un criminale.

Sosta selvaggia: anche qui interviene il maledetto romanticismo. Il selvaggio è bello, ha un corpo atletico, corre nella foresta con arco e freccia, è Tarzan, è gli alieni di Avatar, le ragazzine si mettono i poster dei selvaggi in cameretta, il selvaggio è seducente.
Quello di cui parlo io è quell’idiota [sovrappeso] che ha piazzato il suo Suv o la sua Smart sul marciapiede, o davanti un portone, o su uno scivolo per le carrozzelle. Quello è un puro e semplice idiota borioso e prepotente, altro che Tarzan.

Gli effetti di queste definizioni fuorvianti sono semplici: tendono ad autoassolvere un’intera società dai suoi comportamenti stradali imbecilli o criminali. Né più né meno.

L’elenco potrebbe continuare ma già così mi sale abbastanza il veleno.Se volete continuate voi, io e le mie toste gambe andiamo a fare un giro in bici. Utenza debole a tua sor…. mmhhhhhhhhhh

 

La trappola delle piste ciclabili

Va bene, parliamo di piste ciclabili. Ogni due per tre mi chiedono cosa ne penso, e se non sia il caso di costruirne di più eccetera.
Premessa: anche a me piacerebbe vivere in una Roma e in un’Italia che avessero la stessa identica attenzione di paesi come l’Olanda per la questione. In Olanda, per dire, ogni singola maledetta strada ha una ciclabile: autostrade comprese, in questo caso ben separate dal nastro dove scorrono i mostri e in qualche caso al di sotto della sede autostradale.

Detto questo, l’argomento piste ciclabili, a Roma e in Italia, è in realtà una trappola. E a volte, per inciso, sono trappole anche le stesse piste in sé. Ma la trappola di cui parlo è più sottile: è una trappola mentale. Ora spiego perché.

Quasi ogni discorso di chi non va in bici e ammette, seppur a malincuore, che potrebbe farlo, è: “ci andrei pure ma mancano le ciclabili”. Argomento, per lui o lei, fine di mondo: tombale, definitivo, perentorio. Una volta enunciato, si torna a sorbire l’aperitivo e a cercare nuovamente un parcheggio o sfogliare il giornale per decidere cosa vedere al cinema.

Invece si è appena enunciata una fesseria immensa, fomentata dagli stessi amministratori per motivi più biechi che ragionevoli.

Nessun amministratore italiano  vuole davvero delle ciclabili. I motivi sono essenzialmente due, ma uno è molto più forte. Il primo, il motivo che chiamerei debole e che viene spacciato per forte, è: “non abbiamo i soldi per fare le ciclabili. Ci piecerebbero tanto, ma purtroppo la cassa è vuota”. Per il momento accettiamolo così come viene enunciato.

Ora vi dico il motivo serio, quello davvero grosso, il vero ostacolo: il mostro di cui non si può parlare e di cui infatti non si parla. Si chiama “consenso”. Ora seguite il ragionamento, non ci metterò molto. Nelle democrazie rappresentative come la nostra, a tutti i livelli gli amministratori cercano consenso per essere eletti. Senza consenso niente seggio e ciò che ne consegue. Senza consenso continuo niente carriera (qui in Italia il servizio pubblico come amministratore è visto come carriera: “che fai tu? faccio il politico”). Insomma, fallimento.

Roma è una città che fu bella e ora è devastata dalle macchine, sia in movimento sia ferme: parcheggiate. A Roma ci sono poco meno di 800 vetture ogni 1.000 abitanti, una quanità fuori da ogni logica. Alcune famiglie di 4-5 persone adulte hanno una macchina a testa. Riuscite a immaginare cosa succederebbe se il comune o i municipi decidessero di fare ciclabili non dico ovunque ma quasi? Per farle si sottraggono parcheggi, e i cosiddetti cittadini “se li magnano”, come diciamo a Roma. Un assessore di qualche tempo fa, Tocci, provò ad ostacolare timidamente il traffico motorizzato; per poco non lo linciarono (politicamente): la sua caduta di consenso fu verticale, e ora ha trovato zittozitto rifugio in Senato, solo grazie all’immonda legge elettorale “pensata” da Calderoli&co, con le liste bloccate decise dai partiti: Tocci, altrimenti, non sarebbe stato eletto neanche amministratore di condominio.

Ora tutto questo è ben chiaro agli amministratori passati e presenti che per evitare di fare ciclabili serie (non dico costose: dico serie. Quelle attuali, fatte male e piene di inutili orpelli, costano all’incirca 100.000 euro al km, e si sfasciano in un amen) si nascondono dietro l’argomento fasullo, quello numero 1: “non ci sono soldi”.

Secondo logica, le ciclabili servono a separare due tipi di veicoli incompatibili: quelli leggeri e scoperti (bici) da quelli con massa consistente e velocità superiore, dunque dall’impatto devastante in caso di scontro (macchine e moto). Basterebbe ridurre la velocità di questi ultimi per ottenere sia una maggiore capacità di reazione in caso di rotta di collisione, sia minori danni fisici in caso di collisione vera e propria; e addirittura nessuna collisione. Per esempio un limite a 30 km/h in tutta l’area all’interno delle Mura Aureliane (rispettato) cambierebbe radicalmente e a costo zero la faccia di questa città.

Vi suggerisco di togliervi dalla testa che ciclabilità equivalga a piste ciclabili: non le avremo mai come in Olanda, se continua così. Se invece continuate a pensarlo, sappiate che vi state prendendo in giro da soli, e i furbacchioni che vi hanno ficcato in testa questa mina ridono sotto i baffi. Anche se i ciclisti quotidiani aumentano continuamente, ciò succederà finché saranno minoranza. E se pensate davvero che senza ciclabile non potete andare in bici, riconsiderate questa posizione: è falsa e vi è stata messa in testa da amministratori pavidi e incapaci, per evitare di contribuire con un po’ di fatica al miglioramento di Roma ma continuare comunque ad essere eletti, ad avere un seggio, una carriera e un ruolo sociale. Inconsistente e a volte dannoso, ma pur sempre un ruolo. E’ loro particolare interesse, e la ciclabilità vada a quel paese: roba da fricchettoni.