Il bue che non vuole bere

La nostra millenaria convivenza con gli altri animali ci ha regalato decine di proverbi. Uno di quelli che mi piace di più riguarda la testardaggine di alcuni di loro quando noi cerchiamo di farli bere. Proverbi che vengono da ogni luogo e da ogni epoca, dal nord al sud d’Europa, e tutti derivano dal detto latino “bos ad aquam tractus non vult potare coactus”, grossomodo puoi portare il bue all’acqua ma non puoi costringelo a bere se non vuole. In Sicilia c’è un detto molto usato che cambia categoria ed entra direttamente in chiesa per far capire lo stesso concetto, cioé che puoi impegnarti quanto vuoi ma certe volte è inutile: “è inutile ca ‘ntrizzi e fai cannola, ca ‘u santu è di mammuru e non ‘un sura”, è inutile che intrecci [capelli, ndr] e fai boccoli, il santo è di marmo e non suda, dedicato alle inutili manovre seduttive della donna verso chi non ne vuole sentire parlare. Continue reading

Fare lobby per muoversi meglio

Qualche settimana fa, ne ho accennato recentemente, un folto gruppo di persone s’è dato appuntamento a Bologna per provare a dare vita a un coordinamento informale tra gli attori che in questi ultimi anni e a vario titolo si sono impegnati a provare a ricreare un modello efficace per la mobilità urbana. Riassumo brevemente come si è arrivati a questo appuntamento. Continue reading

I ciclofattorini, il cyber Ottocento e Susanna&co.

I big del sindacato confederale fianco a fianco con i fattorini che per necessità hanno creato la loro rappresentanza. Secondo me è un momento storico.

Ho partecipato, lunedì scorso, al secondo tavolo convocato da Di Maio per la questione dei cosiddetti riders, chiamato così dalle loro aziende che parlano inglesorum per confonderci ma in realtà dei ciclofattorini, come quelli degli anni ’50. A quanto pare il lunedì lo sto dedicando agli esperimenti antropologici: al tavolo c’erano tutti gli attori sociali riconosciuti più quelli che fino a qualche settimana fa erano gli invisibili, i senza casella sociale, ovvero i fattorini. Continue reading

L’esperimento

Lunedì scorso, in sei, abbiamo condotto un esperimento antropologico sulla nostra pelle: trascorrere una giornata in macchina e vedere che effetto fa. Ognuno dei sei non guida quasi mai o mai, per settimane, mesi o nel mio caso molti anni. Tutti siamo cicloattivisti che dicono al resto del mondo quanto l’automobile sia una cosa brutta; però in fin dei conti non ne viviamo la grigia abitudine. Da qui la decisione di fare questo esperimento, nella piena coscienza che sarebbe stato potenzialmente doloroso.

L’occasione era data da una riunione a Bologna convocata per dare vita a un coordinamento informale dei vari attori della ciclabilità, con l’obiettivo di avere obiettivi chiari, condivisi e da portare avanti indipendentemente ma con il massimo dell’armonia. Magari di questo parlo un’altra volta.  Continue reading

In viaggio, continuamente

A Beijing, Pechino. Ragionando, da sobrio, su come fosse possibile che stare lì fosse normale

Qualche giorno fa sono stato invitato a parlare del mio viaggio intorno al mondo con bici autocostruita, parte di un ciclo di discorsi su -e racconti di- viaggi in bici nato da qualche mese per iniziativa di un negozio specializzato che per un caso è proprio sotto casa mia, non più di otto passi. Il viaggio di cui avrei dovuto parlare risale a quattro anni fa ed era una delle idee sceme o potenzialmente autolesioniste che mi vengono di tanto in tanto in mente. A metà dei 48 anni avevo realizzato che si alzavano di parecchio le probabilità di compiere mezzo secolo, e nell’istante stesso in cui pensavo “come mi festeggio?” è stato naturale rispondermi “giro del mondo con una bici fatta da me”.

Non pensavo da un po’ a quel viaggio e provo qui a spiegare perché. E’ necessario premettere alcune cose: avevo a disposizione sei mesi di aspettativa, quindi non vi aspettate che abbia circumbiciclato il globo per intero, tutt’altro: treni -tra cui la Transiberiana, meravigliosa e uno dei miei sogni da ragazzo- e aerei transoceanici mi hanno dato le spinte giuste per tornare a casa entro il tempo prefissato. Mi ero dato quattro mesi, perché mi conosco e da altri viaggi lunghetti fatti in precedenza pronosticavo un certo periodo di recupero per tornare nella realtà di tutti i giorni. Allo stesso tempo, da quando ho cominciato a muovermi esclusivamente in bicicletta e ho abbandonato il mio ex amore motocicletta, grossomodo nel 2002, quasi subito ho avuto la sensazione di essere entrato in una dimensione di viaggio permanente. Era quindi arrivato il momento, tra l’altro, di verificare sul campo quella sensazione latente e forse ingannevole.

Nel secolo scorso avevo fatto altri viaggi in bici, generalmente in posti scomodi e desertici, e regolarmente al ritorno ero un disadattato. Ovviamente avevo viaggiato anche in moto, e il disagio del ritorno era sempre lì ad aspettarmi, identico. Non avevo quindi la prova che la sensazione di viaggio perenne, una volta trasformatomi in ciclopiteco sapiens, fosse la realtà. A farla breve è invece stato così.

Però non pensavo più a questo aspetto, me ne sono ricordato solo perché uno degli intervenuti, prima che iniziasse la chiacchierata, mi aveva chiesto appunto se ero tornato frastornato dal viaggio. Nelle due ore successive però la discussione si è sviluppata su direttrici diverse: come si fa la doccia in Transiberiana, quanto costa il sushi in Giappone, le ciclabili di Pechino larghe 20 metri, se l’acqua di Cuba è buona, che tubazioni ho usato per costruire il telaio, organizzazione dei bagagli. Cose così.

Mentre parlavo pensavo a quanto sia identico fermarsi a un chiosco cubano a bere acqua di cocco o piegarsi su un “nasone” romano a bere acqua; andare a mangiare shawarma in un posto qualsiasi della mia città o borsh a Sukhebator (Mongolia), okonomyaki a Hiroshima vicino all’ostello, qualsiasi altra cosa quando ne senti il bisogno o la voglia. Non cambia niente, né cambia il modo di relazionarsi con chiunque incontri: in linea di massimo cortesia, benvenuto visitatore, che bel posto questo in cui vivete, e come vi va, ma sai abbiamo problemi però dài tutto si risolve; le chiacchiere usuali che facciamo un po’ tutti un po’ dappertutto, a casa o fuori casa. Una piacevole e non banale sensazione di appartenenza a questa pazza specie che vive ovunque su un pianeta piuttosto periferico e solitario.

Ne volevo parlare alla fine, ma poi è piombata come una meteora la notizia che a Roma il consiglio comunale aveva deliberato di intitolare una via ad Almirante, e siamo tutti tornati a soffrire la triste realtà dei nostri luoghi in questi tempi. La riunione si è chiusa in un lampo, sotto il peso dello sconcerto. Però mi era rimasto questo messaggio inespresso a mezza gola, e lo racconto ora.

Le strade del silenzio, shhhhh

Domenica scorsa a Roma è stata una strana giornata, che ha mischiato elementi formalmente contraddittori ma che, paradossalmente, hanno interagito in maniera piuttosto armonica, credo in maniera inconsapevole. Per la prima volta nella città in cui vivo si è realizzato un esperimento inconsueto, e potenzialmente foriero di una piccola guerra civile conoscendo i miei concittadini: il comune ha deciso di riservare un insieme di 14 strade, che formavano un circuito di circa 23 km, a bici e pedoni. Grossomodo metà carreggiata era inibita alla circolazione motorizzata. Gli incroci erano quasi tutti, miracolo!, presidiati dai vigili. Il titolo dell’iniziativa era “Via Libera”, rovesciando per una volta il concetto di “chiusura al traffico” classicamente accoppiato alle restrizioni ai veicoli motorizzati.

E qui finisce la descrizione oggettiva dell’iniziativa durata dalle 10 alle 19, senza alcun tipo di rissa che mi ero aspettato, e che in qualche modo temevo. Continue reading

Gli invisibili e il ministro


Ho partecipato all’incontro tra i fattorini in bici, definiti “riders” dalle grandi aziende che li utilizzano e di conseguenza dalla stampa, e il nuovo ministro del lavoro, Luigi Di Maio. Ero stato contattato il giorno prima dallo staff del ministro per dare una mano alla costruzione dell’incontro, deciso in meno di 24 ore. Le cronache hanno riportato bene il succo di quanto detto, qui vorrei solo fissare alcune mie impressioni sui vari “a margine” di questo appuntamento. Farò un appunto a parte sull’opportunità di avere rapporti con un governo che contenga Salvini al suo interno. Continue reading

Il Giro del re nudo, o la scoperta del sampietrino sconnesso

S.Agnese in Agone, da Romabbella.com

Iniziato nel peggiore dei modi partendo da Gerusalemme, una città che dovrebbe essere finalmente lasciata in pace, ormai sapete tutti che il Giro d’Italia 2018 è finito nella più triste e buffa tappa-passerella che si potesse avere, a Roma. Mi ero ripromesso di ignorare questa gara, che già di suo non m’interessa granché e ancora meno quest’anno proprio per la sciagurata scelta della partenza, ma la protesta dei bamboccioni che corrono in bici, spaventati dalla scarsa sicurezza del percorso, mi costringe ad approfittare di questa eccezionale buffonata. Continue reading

Gli ultimi che probabilmente non saranno mai primi

La classifica del rapporto “Living Moving Breathing”, commissionato da Greepeace al Wuppertal Institut.

Tempo fa mi sono lanciato in un elogio di Luigi Malabrocca, la famosa maglia nera del Giro d’Italia dei tempi di Coppi&Bartali. Ma stavolta essere ultimi non è un premio, né un vanto, e tantomeno un argomento su cui fare i gradassi, visto che qui si parla di vivibilità: il cui contrario è “mortalità”, e vista in quest’ottica siamo i primi. Solo gli adoratori della Triste Mietitrice possono gioire.

In questa settimana sono apparsi quasi contemporaneamente due rapporti che denunciano sia l’avvelenamento dell’aria sia l’avvelenamento in senso lato della vita in strada. Uno, quello di Cittadini per l’Aria, testimonia lo sforamento del biossido d’azoto a Milano e Roma; l’altro, commissionato da Greenpeace al Wuppertal Institute tedesco, prende in considerazioni 13 capitali della zona geograficamente definibile europea (ci sono anche Mosca, Oslo e Zurigo). Vorrei cominciare dal secondo.  Continue reading