La bici del futuro? E’ tra noi, da sempre

un long john danese, 1923

Biammortizzata pieghevole Bianchi, circa 1939

Ogni tanto mi imbatto in articoli che strombazzano “la bici del futuro”. Ne spuntano periodicamente, e l’espressione viene usata anche fuori contesto tecnico. L’ultima volta che l’ho sentita dire l’aveva pronunciata il sindaco di Milano, Beppe Sala, lanciando “Milano Bike City”, meritoria iniziativa che per due settimane coinvolgerà -ahimé credo blandamente, conoscendo i miei polli italici- la città. Sala si riferiva alle bici cosiddette elettriche, quelle con il motorino che ti aiuta in salita o quando decidi tu, sveltendo la pedalata e alleggerendo l’impegno fisico. Salvo poi, basta informarsi, ricordare che le bici elettriche nascono negli anni ‘30 (Philips Simplex, Gazelle), ma quella volta senza successo. Continue reading

Dieta o recupero dalla tossicodipendenza?

Anche chi non ha vissuto gli anni dell’eroina iniettata in vena, i ‘70-’80, conosce il film di Claudio Caligari “Amore tossico”. Magari non l’ha mai visto ma ha sentito citare alcune frasi ormai entrate nel lessico collettivo. Resiste ancora, imperituro, “frena i freni”, per dire di fermare la macchina. Il film è duro e in qualche modo poetico, ma chi ha vissuto quegli anni, con i tossici che barcollavano in giro e le siringhe ovunque, ricorda bene che la principale preoccupazione dell’eroinomane era farsi, e quindi rimediare i soldi. Da qui, furti a parte, l’eterna ricerca di spicci. Quando ti si presentava il tossico potevi proporgli ragionamenti di ogni tipo, pure a brutto muso, ma quello/a ti guardava con l’occhio acqueo e ripeteva “hai ragione, ma mi dai cento lire?”. La dipendenza non è brutta in sé (chiunque di noi ha dipendenze, per esempio dall’aria), il gorgo nero che assale il dipendente da sostianze alla fine nocive sì che lo è. Trovo molti aspetti di questo tipo di ossessività autodistruttiva nell’automobilista italiano, anche il più pulito ed educato. Per esempio nella sua percezione, vissuta come oggettiva, della sacralità del parcheggio. Continue reading

Una truffa sotto gli occhi di tutti: la metro C a Roma

Non ha senso fare metropolitane interrate a Roma.

L’unico semmai è quello di far guadagnare i costruttori: che sono la vera peste eterna di questo posto, e i grandi sostenitori di ogni tipo di classe amministrativa sia passata da qui. E di certo questo obiettivo non interessa affatto la popolazione della città […]. Questo luogo è ininterrottamente abitato da poco meno di 3.000 anni, ha avuto una storia notevole e lunga, e anche dopo il suo declino come centro del mondo occidentale conosciuto si trovò comunque un modo per darle importanza: centro della cristianità e relative conseguenze, ripopolamento, monumenti, altra grandiosità. […]. A Londra se scavi sottoterra rischi solo di sbucare sul Tamigi e se non sei un completo idiota ti adoperi per non farlo.
Tutti noi romani sappiamo che qui basta dare un colpo di piccone che salta subito fuori una statua di Giulio Cesare o qualche altro ricordino del passato, ville antiche, mosaici, bassorilievi e tutto il  cucuzzaro di tre millenni.
Gli unici a non saperlo sembrano essere quei cialtroni che fanno finta di pensare in grande e si riempiono la bocca di parolone e le tasche di soldoni […]
Grandi bei buchi sottoterra, centinaia di mesi per fare pochi chilometri con le talpe che scavano e scovano la villa di Domizio, Dorizio o Patrizio ad ogni metro, con stalle, steli, archi, cupole statue tombe gioielli. […]
E allora perché continuate a scavare per mettere i trenini sottoterra invece di metterli al livello del suolo? Ci sarà un motivo?
Certo che c’è: costa di più, lucra di più; e poi c’è la solita maledetta macchina a farla da padrone. Non si vuole togliere spazio sulle strade, sacre alle vetture private […]
L’uovo di Colombo è la metropolitana. Per quella C è notizia recente che la Corte dei Conti, un collegio di signori piuttosto seri, ha dimostrato in ben 182 pagine che i quattrini sono finiti, visto che i costi sono aumentati fino a oltre 5 miliardi di euro, quasi il 170% in più del previsto, comunque eccessivo. […] Spendere 5 miliardi di euro per fare buchi a terra non è esattamente un colpo di genio. Anche se si considera che con quella cifra si potrebbe innervare Roma di migliaia di tram […]I tram non sono convenienti? Vero, non si consumano mai e durano decenni, al limitecambi le spazzole al motore elettrico una volta ogni morte di papa, le rotaie sono praticamente eterne. Quindi non possiamo comprare mezzi e relativi e continui pezzi di ricambio all’industria nazionale, gasolio, gomme, riparare l’asfalto, i soliti poveri costruttori che farebbero? Niente spesa pubblica, niente lucro privato. […]” Continue reading

Il bue che non vuole bere

La nostra millenaria convivenza con gli altri animali ci ha regalato decine di proverbi. Uno di quelli che mi piace di più riguarda la testardaggine di alcuni di loro quando noi cerchiamo di farli bere. Proverbi che vengono da ogni luogo e da ogni epoca, dal nord al sud d’Europa, e tutti derivano dal detto latino “bos ad aquam tractus non vult potare coactus”, grossomodo puoi portare il bue all’acqua ma non puoi costringelo a bere se non vuole. In Sicilia c’è un detto molto usato che cambia categoria ed entra direttamente in chiesa per far capire lo stesso concetto, cioé che puoi impegnarti quanto vuoi ma certe volte è inutile: “è inutile ca ‘ntrizzi e fai cannola, ca ‘u santu è di mammuru e non ‘un sura”, è inutile che intrecci [capelli, ndr] e fai boccoli, il santo è di marmo e non suda, dedicato alle inutili manovre seduttive della donna verso chi non ne vuole sentire parlare. Continue reading

Fare lobby per muoversi meglio

Qualche settimana fa, ne ho accennato recentemente, un folto gruppo di persone s’è dato appuntamento a Bologna per provare a dare vita a un coordinamento informale tra gli attori che in questi ultimi anni e a vario titolo si sono impegnati a provare a ricreare un modello efficace per la mobilità urbana. Riassumo brevemente come si è arrivati a questo appuntamento. Continue reading

I ciclofattorini, il cyber Ottocento e Susanna&co.

I big del sindacato confederale fianco a fianco con i fattorini che per necessità hanno creato la loro rappresentanza. Secondo me è un momento storico.

Ho partecipato, lunedì scorso, al secondo tavolo convocato da Di Maio per la questione dei cosiddetti riders, chiamato così dalle loro aziende che parlano inglesorum per confonderci ma in realtà dei ciclofattorini, come quelli degli anni ’50. A quanto pare il lunedì lo sto dedicando agli esperimenti antropologici: al tavolo c’erano tutti gli attori sociali riconosciuti più quelli che fino a qualche settimana fa erano gli invisibili, i senza casella sociale, ovvero i fattorini. Continue reading

L’esperimento

Lunedì scorso, in sei, abbiamo condotto un esperimento antropologico sulla nostra pelle: trascorrere una giornata in macchina e vedere che effetto fa. Ognuno dei sei non guida quasi mai o mai, per settimane, mesi o nel mio caso molti anni. Tutti siamo cicloattivisti che dicono al resto del mondo quanto l’automobile sia una cosa brutta; però in fin dei conti non ne viviamo la grigia abitudine. Da qui la decisione di fare questo esperimento, nella piena coscienza che sarebbe stato potenzialmente doloroso.

L’occasione era data da una riunione a Bologna convocata per dare vita a un coordinamento informale dei vari attori della ciclabilità, con l’obiettivo di avere obiettivi chiari, condivisi e da portare avanti indipendentemente ma con il massimo dell’armonia. Magari di questo parlo un’altra volta.  Continue reading

In viaggio, continuamente

A Beijing, Pechino. Ragionando, da sobrio, su come fosse possibile che stare lì fosse normale

Qualche giorno fa sono stato invitato a parlare del mio viaggio intorno al mondo con bici autocostruita, parte di un ciclo di discorsi su -e racconti di- viaggi in bici nato da qualche mese per iniziativa di un negozio specializzato che per un caso è proprio sotto casa mia, non più di otto passi. Il viaggio di cui avrei dovuto parlare risale a quattro anni fa ed era una delle idee sceme o potenzialmente autolesioniste che mi vengono di tanto in tanto in mente. A metà dei 48 anni avevo realizzato che si alzavano di parecchio le probabilità di compiere mezzo secolo, e nell’istante stesso in cui pensavo “come mi festeggio?” è stato naturale rispondermi “giro del mondo con una bici fatta da me”.

Non pensavo da un po’ a quel viaggio e provo qui a spiegare perché. E’ necessario premettere alcune cose: avevo a disposizione sei mesi di aspettativa, quindi non vi aspettate che abbia circumbiciclato il globo per intero, tutt’altro: treni -tra cui la Transiberiana, meravigliosa e uno dei miei sogni da ragazzo- e aerei transoceanici mi hanno dato le spinte giuste per tornare a casa entro il tempo prefissato. Mi ero dato quattro mesi, perché mi conosco e da altri viaggi lunghetti fatti in precedenza pronosticavo un certo periodo di recupero per tornare nella realtà di tutti i giorni. Allo stesso tempo, da quando ho cominciato a muovermi esclusivamente in bicicletta e ho abbandonato il mio ex amore motocicletta, grossomodo nel 2002, quasi subito ho avuto la sensazione di essere entrato in una dimensione di viaggio permanente. Era quindi arrivato il momento, tra l’altro, di verificare sul campo quella sensazione latente e forse ingannevole.

Nel secolo scorso avevo fatto altri viaggi in bici, generalmente in posti scomodi e desertici, e regolarmente al ritorno ero un disadattato. Ovviamente avevo viaggiato anche in moto, e il disagio del ritorno era sempre lì ad aspettarmi, identico. Non avevo quindi la prova che la sensazione di viaggio perenne, una volta trasformatomi in ciclopiteco sapiens, fosse la realtà. A farla breve è invece stato così.

Però non pensavo più a questo aspetto, me ne sono ricordato solo perché uno degli intervenuti, prima che iniziasse la chiacchierata, mi aveva chiesto appunto se ero tornato frastornato dal viaggio. Nelle due ore successive però la discussione si è sviluppata su direttrici diverse: come si fa la doccia in Transiberiana, quanto costa il sushi in Giappone, le ciclabili di Pechino larghe 20 metri, se l’acqua di Cuba è buona, che tubazioni ho usato per costruire il telaio, organizzazione dei bagagli. Cose così.

Mentre parlavo pensavo a quanto sia identico fermarsi a un chiosco cubano a bere acqua di cocco o piegarsi su un “nasone” romano a bere acqua; andare a mangiare shawarma in un posto qualsiasi della mia città o borsh a Sukhebator (Mongolia), okonomyaki a Hiroshima vicino all’ostello, qualsiasi altra cosa quando ne senti il bisogno o la voglia. Non cambia niente, né cambia il modo di relazionarsi con chiunque incontri: in linea di massimo cortesia, benvenuto visitatore, che bel posto questo in cui vivete, e come vi va, ma sai abbiamo problemi però dài tutto si risolve; le chiacchiere usuali che facciamo un po’ tutti un po’ dappertutto, a casa o fuori casa. Una piacevole e non banale sensazione di appartenenza a questa pazza specie che vive ovunque su un pianeta piuttosto periferico e solitario.

Ne volevo parlare alla fine, ma poi è piombata come una meteora la notizia che a Roma il consiglio comunale aveva deliberato di intitolare una via ad Almirante, e siamo tutti tornati a soffrire la triste realtà dei nostri luoghi in questi tempi. La riunione si è chiusa in un lampo, sotto il peso dello sconcerto. Però mi era rimasto questo messaggio inespresso a mezza gola, e lo racconto ora.

Le strade del silenzio, shhhhh

Domenica scorsa a Roma è stata una strana giornata, che ha mischiato elementi formalmente contraddittori ma che, paradossalmente, hanno interagito in maniera piuttosto armonica, credo in maniera inconsapevole. Per la prima volta nella città in cui vivo si è realizzato un esperimento inconsueto, e potenzialmente foriero di una piccola guerra civile conoscendo i miei concittadini: il comune ha deciso di riservare un insieme di 14 strade, che formavano un circuito di circa 23 km, a bici e pedoni. Grossomodo metà carreggiata era inibita alla circolazione motorizzata. Gli incroci erano quasi tutti, miracolo!, presidiati dai vigili. Il titolo dell’iniziativa era “Via Libera”, rovesciando per una volta il concetto di “chiusura al traffico” classicamente accoppiato alle restrizioni ai veicoli motorizzati.

E qui finisce la descrizione oggettiva dell’iniziativa durata dalle 10 alle 19, senza alcun tipo di rissa che mi ero aspettato, e che in qualche modo temevo. Continue reading

Gli invisibili e il ministro


Ho partecipato all’incontro tra i fattorini in bici, definiti “riders” dalle grandi aziende che li utilizzano e di conseguenza dalla stampa, e il nuovo ministro del lavoro, Luigi Di Maio. Ero stato contattato il giorno prima dallo staff del ministro per dare una mano alla costruzione dell’incontro, deciso in meno di 24 ore. Le cronache hanno riportato bene il succo di quanto detto, qui vorrei solo fissare alcune mie impressioni sui vari “a margine” di questo appuntamento. Farò un appunto a parte sull’opportunità di avere rapporti con un governo che contenga Salvini al suo interno. Continue reading