Una gita sull’ascensore C di Roma

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In questi giorni di possente nullafacenza (il periodo migliore della mia vita adulta) faccio tutto ciò che mi salta in testa.
Si tratta soprattutto di iniziative inutili, come quella di ieri: andarmi a fare un giro sulla metro C, l’equivalente romano della tratta Tav tra Torino e Lione per polemiche e incendio di fondi pubblici.

Per capire dov’è telefono a un amico, che giusto il giorno prima s’era fatto la stessa passeggiata. Guardate che non è automatico: uno dice “linea Pantano-Centocelle”, ma questo non vuol dire niente. So dov’è Pantano Borghese (si tratta di uno sparuto gruppo di capannoni e casupole sulla Casilina, qualche km prima del bivio per Valle Martella che sporadicamente frequento in bici per andare nella casa di campagna dei miei, ma “Centocelle” è un concetto vasto. La stazione, vengo a sapere, è all’intersezione tra Casilina e viale Palmiro Togliatti. Da casa mia sono quasi 7 km. Dovrebbe comunque passare da queste parti nel 2024 circa, quando avrò 60 anni: je la posso fa’.

 

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Intanto pedalo fino alla stazione provvisoriamente più centrale.

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Al netto della pioggia che gli si precipita dentro, la stazione Parco di Centocelle è un pezzo d’Europa nel degrado casiliniano. Stona un po’ e ha troppo marmo addosso, ma comunque è ampia e semplice anche se gli ingressi ai treni sono chissà perché su due lati ortogonali e non su fronte unico. L’ingresso in bici non viene molestato da alcun operatore, altra traccia di territorio europeo.

Il Treno è praticamente un ascensore orizzontale, con doppie porte su treno e marciapiede. Ormai sappiamo tutti che non ha conducente (treno automatico Ansaldo, dice il sito); ha quindi ai due capi una pregiata vetrata che consente di guardare il panorama in corso di marcia.

Esistono stalli per bici (e carrozzelle) in due vagoni, quelli prima dei due capi.

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Ma i supporti non possono accogliere gomme larghe, da mtb per intenderci:
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Quindici stazioni, 13 km e si arriva al capolinea di Monte Compatri-Pantano. Malgrado l’apertura della prima tratta sia un atto essenzialmente propagandistico, politico, simbolico e quant’altro, devo riconoscere a malincuore che i due treni che ho preso per andata e ritorno erano frequentati, anche in un orario scemo come quello da me scelto, tra le 15 e le 16. Non come le scene alla Doré che siamo abituati a vedere su A, B, Lido e Roma Viterbo, certo, ma qualche decina di persone c’era.
I lavori di dettaglio sono ancora in corso, per esempio a Pantano mancano le indicazioni sulla direzione da prendere per i binari 1 e 2, ma tutto sommato le stazioni sembrano complete e funzionanti, con accesso garantito per i disabili e un impatto visivo tutto sommato contenuto. Resta da vedere se i pendolari lasceranno davvero le loro disgraziate vetture nei parcheggi o no. Lasciamo che sia il tam tam cittadino a convincerli, perché di comunicazione decente ufficiale questa città è sprovvista.
Il mistero di cosa ci si vada a fare a Pantano comunque mi resta: probabilmente a cena al ristorante messicano di fronte al capolinea.

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Perché dobbiamo tenerci stretto Marino

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Breve premessa: parlo da cicloattivista impegnato da anni nell’impervia scalata alla modernità, qui da noi smarrita, attraverso la rivoluzione delle abitudini stradali. Tutto ciò che segue ha questo punto di vista imprescindibile.

Ho sempre pensato che Ignazio Marino sia come un liceale secchione a capo di una classe di coatti, ovvero tutti noi romani. Questo il suo primo problema, che è essenzialmente caratteriale ma non intacca il dato di base: è stato eletto in piena libertà e nessuno può dire che si sia mascherato da coatto, malgrado l’ammiccante slogan “Daje”, evidentemente posticcio.
Inoltre -e torno a parlare da ciclista urbano quotidiano, attivista della ciclabilità e tutta la tarantella conseguente- ha creato a noi ciclisti urbani un enorme danno d’immagine: essendo un potente gaffeur, e pure un pochino buffo a volte, la sua cattiva luce sta riverberando su tutti noi altri. Un problema che vediamo per strada sempre più spesso, grazie alle irriferibili contumelie che gli automobilisti ci rivolgono e che sempre più spesso tirano in ballo il sindaco. Il tutto non bilanciato da effettive azioni a favore della ciclabilità, che a un anno e mezzo dall’elezione assommano a pochi interventi su orari e accessi ai mezzi pubblici con le biciclette (n.b.: si tratta di interventi che non riguardano la vita in strada).

Detto quanto sopra, ritengo che oggi più che mai Marino debba restare al suo posto.
La guerra che gli fanno i costruttori romani (Caltagirone in primis), gli ormai ex caldarrostai (la famiglia Tredicine, che ha attività economiche su strada di ben altro spessore, altro che caldarroste; e sposta decine di migliaia di voti), la destra estrema e estremicchia (esempio su tutti Tor Sapienza, e la buffonata della marcia delle periferie di sabato scorso, dichiarata apartitica e con dentro tutto il peggio della fascioromanità), la pseudosinistra di livore e di governo, l’ostilità del romano medio, che non si muove di un metro senza la sua privatissima vettura come se fosse solo al mondo e in una città deserta, ha una sola ragione: Marino sta rompendo le scatole a una città aggrovigliata nelle sue pessime abitudini e stratificata nei suoi diecimila interessi privati e pluripersonali. 

Marino ha dimostrato di non ascoltare nessuno, nel bene e nel male. Il male è che non ascolta i consigli fattivi che nascono dalle parti migliori della società; il bene è che non ascolta le suadenti parole dei piccoli e grandi potentati che da sempre governano Roma. E quasi con candore va avanti su una linea che, per quanto timida e di piccoli passi, questa città aspetta da decenni. La via del Babuino liberata è poca cosa, ma bellissima. E può migliorare, con la progressiva sottrazione di privilegi concessi alle 21 categorie che ancora oggi possono percorrerla con i mezzi del secolo scorso.

La testardaggine, spesso irritante, dimostrata dal successore di Alemanno (scusate il termine) non è propria di nessuno di coloro che vorrebbero prenderne il posto. L’ex candidato principe al Campidoglio, poi convinto a correre per la regione a causa del possibile scandalo delle torri dell’Eur poi rapidamente dimenticato grazie alla sua scelta, ha al contrario sempre dimostrato una certa pavidità politica, non prendendo posizione praticamente su niente, mai. Un ottimo modo per diventare sindaco di Roma, dal dopo Petroselli in poi. Quindi non ci serve Zingaretti, che non sbaglia mai: ci serve un mulo, secchione e estraneo, come Marino. Anche quando sbaglia, sbaglia ai danni della Roma peggiore.

Un mio vecchio amico, ora scomparso, e profondo conoscitore della romanità più reale, er Poro Guiduccio, diceva sempre: “il problema principale di Roma sono i vigili urbani”. Che oggi, con il tandem Marino-Clemente, si sentono minacciati dal piano anticorruzione, una reazione che tutti gli osservatori stranieri stanno guardando con gli occhi di fuori, non capacitandosi di questa ennesima dimostrazione di illogicità italiana.

Diceva Monicelli: a Roma non succede mai niente. Con tutto l’affetto per il sor Mario, spero che questa volta abbia torto. Probabilmente, continuando il tiro al piccione-Marino, avrà ragione ancora una volta.

Ps sulla Panda rossa: suggerisco a Marino di rottamarla, filmarne la rottamazione e mostrare il video ai romani per dare l’esempio. 

Anche se voi vi credete assolti

Questo è un video caricato dal dj EmVee su una pagina facebook.
Mostra la realtà che poi viene tradotta in cifre dagli annuari statistici.
Le cifre mostrano numeri, non la realtà delle vicende umane.
In questo pazzesco modo di usare le nostre strade siamo coinvolti tutti, anche chi -come me e come tanti altri- ha scelto di abbandonare per sempre la mobilità motorizzata. Proprio perché la strada è l’unico spazio davvero pubblico, di tutti.

Pensateci, la prossima volta che accendete la vostra vettura.
Quando vedete uno spot automobilistico.
Quando leggete le piatte cronache degli scontri stradali, con “auto impazzita”, “dinamica da accertare”, “cause ancora ignote”.

Non sono incidenti: sono una realtà percentuale.

Nuovo Tridente e vecchi privilegi

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Preso nella dolce rete della magnifica ottobrata romana, girello per la mia città in attesa di ripartire. La guardo in lungo e in largo.
Oggi è toccato alla -vera- novità del cosiddetto Tridente (quel reticolo di vie tra Babuino e Ripetta, con via del Corso in mezzo, vertice su piazza del Popolo e base su piazza Augusto Imperatore), la sua impermeabilità al traffico tradizionale, qui chiamata chiusura (io preferisco pensare al concetto di apertura).
E’ il primo giorno del nuovo corso. C’ero già stato sabato scorso, ma le transenne dei lavori di ristrutturazione impedivano una vera valutazione delle misure prese. Oggi è la realtà come pensata dall’amministrazione.
Come su via dei Fori Imperiali all’epoca, viene sfruttata a fondo la possibilità di passaggio concessa a 21 categorie; tra cui, incredibilmente, gli studenti di una scuola secondaria, che sciamano a frotte da via Margutta a bordo delle loro microcar truccate, accelerando già in curva. Qui sotto una di queste.

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Anche gli altri automobilisti, grazie alla strada improvvisamente libera sui due lati e quindi con una prospettiva visiva molto migliore per identificare eventuali ostacoli al loro marinettiano stile di vita (pedoni che attraversano) corrono più di quanto si facesse in passato.
Incrocio due recenti pasionarie della mobilità nuova, Anna e Valeria. “Prima abbiamo visto uno, evidentemente ‘pippato’ (cocainomane, ndr) che andava a 70 all’ora e ci ha anche guardato male”, mi dice Valeria. Parliamo brevemente della nuova viabilità, e concludiamo tutti che così non funziona, troppe eccezioni e troppo facile accelerare.

Sugli altri due assi del Tridente le cose non sembrano aver avuto alcun tipo di cambiamento. Questa sotto è via di Ripetta:
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Su via del Corso incrocio un’autocolonna di mezzi della polizia, almeno 8. Mi sembra di rivedere le scene della finta pedonalizzazione dei Fori Imperiali, che immediatamente ribattezzai “Zona a traffico privilegiato”, ovvero ci passa chiunque abbia un qualsiasi ruolo pubblico o parapubblico, fosse anche il veterinario comunale.
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Insomma, la novità c’è ma al solito funziona male per l’incrollabile indifferenza romana dei singoli chiunque siano, residenti o categorie variamente autorizzate. Il pericolo nuovo è l’accresciuta velocità, percepibile a occhio. Probabilmente anche la possibilità di non incolonnarsi in coda spinge gli aventidiritto a percorrere con più frequenza le strade, in virtù di un non meglio spiegato né comprensibile privilegio. L’Europa è ancora lontana.

Il paese di Crono

Veniamo tutti dal mito greco politeistico. Non raccontiamoci fesserie, anche se monoteistiche e bimillenarie. Il mito greco è  ben dentro noi, molto più profondamente del successivo mito della fertile mezzaluna e limitrofie pastorali varie.

Sappiamo dunque tutti di Crono e del fatto che mangiasse i figli fatti con Rea.
Crono era uno dei figli di Urano e Gea, cioé cielo e terra. Anche Urano odiava i suoi figli e li nascondeva dentro Gea, che non riusciva a partorirli. Erano dodici, sei maschi e sei femmine. Crono era il più giovane dei maschi (Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto); le sorelle erano Tia, Rea, Temi, Mnemosine, Febe, Teti.
In breve, Crono raccolse l’appello disperato di Gea e evirò il padre, Urano, gettandosi dietro le spalle il raccolto del falcetto.
Fratelli e sorelle (i Titani primigenii) si misero insieme. Da Crono e Rea nacquero gli dei moderni. Ultimo Zeus, a dar retta a Esiodo; primogenito invece secondo Omero (che però era un piacione e il mito di Zeus poteva essere pericoloso da maneggiare: meglio dirlo primo).

Sappiamo che Crono mangiava i suoi figli e che Zeus -facciamo che fosse l’ultimo- alla fine si salvò perché la madre Rea mise in bocca allo sposo un grosso sasso avvolto da panni.
Non molti sanno però che Rea chiese aiuto a Gea e (udite udite) a Urano, cioé lo stesso che dall’esilio fuori dal mondo e evirato aveva suggerito a suo figlio Crono come fare a togliersi dalle scatole il padre. Naturalmente la sua fu una vendetta.
Urano e Gea salvarono il nipote Zeus con i loro consigli alla figlia Rea.

Ma questo viene prima della storia di oggi di noi contemporanei. Noi non siamo ancora fuori dalle grinfie di Crono, pur avendo in passato (i tempi di Urano) mandato fuori dalla storia il Padre (le lotte socialiste dopo l’avvento dell’industria e la presa di coscienza post Marx anche nelle classi contadine della Russia zarista: insomma un po’ tutti noi poveracci, in lotta contro il padronato di vario stampo).
Adesso siamo ancora ai tempi di Crono: egli ha imparato dal passato e sta mangiando noi, i suoi figli.
Prima di Zeus, che poi liberò dallo stomaco di Crono suo padre tutte le sorelle e i fratelli, erano stati ingoiati dal dio-titano Estia, Demetra, Era, Poseidone e Ade.

Quando Zeus mandò in esilio Crono (neanche lui lo uccise), ebbe anche qualche problema a regnare su tutti gli déi e gli uomini, e dopo qualche battaglia vinse e regnò, ma sempre dovendo fare i conti con Poseidone e Ade, per non parlare della sorella-moglie Era: tra il lusco e il brusco, pur essendo dio delle cose visibili e governando cielo e terra, qualche grana pure notevole l’aveva. Non dico che fosse democrazia, sia mai -è roba di ben prima dei tentativi ateniesi-, ma assomiglia a un minimo di speranza di cavarsela anche se girano i pezzi grossi. Grossi dico per noi umani.

Ecco: a me pare invece che la nostra civiltà abbia riesumato Crono, colui che mangia i suoi figli indistintamente e per non avere problemi, e che ancora non ci sia la reazione dovuta e necessaria. Non vado in cerca uno Zeus: ma della reazione che è in noi e che ebbero i nostri recenti antenati nei confronti del padronato/Urano, e da cui dobbiamo comunque liberarci cercando la nostra strada di essere padroni di noi stessi.
L’Italia oggi mi sembra Crono, che mangia i suoi figli dal primo a (forse) l’ultimo, per non avere rivali e però negandosi il futuro chiamato storia.

Ammazziamo Crono? O, come fece Zeus, lo mandiamo in esilio eterno?
Peraltro, visto che siamo in periodo di beatificazioni, ricordo che Zeus esiliò il padre all’Isola dei Beati. Se ne sta lì e non ha mai più dato fastidio a nessuno.

[ps: oggi 8 aprile compio 50 anni, ne ho fatte di tutti i colori tra cui la vicenda delle biciclette ma in realtà penso solo al fatto che questo paese di merda mangi i suoi figli e debba finire in esilio, esiliato dai figli suoi]

I selci dentro le teste degli struzzi borghesi

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Siamo a via de’ Ciancaleoni, alla Suburra, il piccolo tratto carrabile prima che, dopo l’incrocio con via dei Capocci, ci siano le scalette. Questo tipo di disposizione del selciato -d’ora in poi selci- viene chiamato “a spina con selci doppi”, o  legarelle*.
Come si può vedere sono selci in ordine, in piano, non sconnessi. Questo perché le vetture possono solo andare in salita, quindi vanno adagio visto la poca percorrenza, lo stretto angolo di sterzata e la pendenza. I selci rimangono sempre così, non è mai servito alcun intervento negli ultimi 14 anni (testimonianza oculare).
In fondo si vede la chiesetta di s.Lorenzo in Fonte, o s.Lorenzo e Ippolito, in via Urbana, dove si dice che fosse tenuto prigioniero il santo prima della griglia, e dove pare che abbia fatto scaturire una fonte per battezzare il suo secondino, Ippolito appunto. Sotto via Urbana scorre un fiume (da prima di Lorenzo), visibile solo con visite speciali e già noto dai tempi della Roma quadrata, quando Urbana si chiamava vicus Patricius (dicono che poi ci sia nato Giulio Cesare). Non si può visitare il luogo della prigionia del santo perché è allagato, almeno così rispondono le suore.
Torniamo ai selci a spina, che ho fotografato perché sono l’unico punto della Roma antica ancora intensamente vissuta che io conosca senza sconnessioni. A parte le solite vetture parcheggiate ai lati, lì non c’è un gran passaggio, anzi esiguo. Il piano stradale è ok.
Sull’antico vicus Patricius, rinominato in seguito agli interventi del papa Urbano VIII (un Barberini) invece ci sono avvallamenti ovunque. Così come su Leonina, Madonna dei Monti (oggi due buche nuove, sempre sui selci), Panisperna, e su ogni strada della Roma storica, selci o asfalto che sia. Le conosco tutte, le percorro tutte in bici, l’elenco sarebbe lunghissimo.

E qui vengo al punto: qualche giorno fa un mio collega molto più noto di me, Francesco Merlo, scrive su Repubblica della Roma orrenda di oggi, indicando monnezza, writers e buche ovunque come esempi del degrado.
Dopo aver detto che apprezzo ogni colore e intervento dei writers, anche i più beceri, voglio limitarmi all’argomento buche.
Come si formano? Se leggete quanto scrive Merlo non ne troverete traccia, meteo a parte. (Sul pianeta piove da sempre, vorrei ricordare).
No, non si può dire. L’argomento è tabù, è rimosso per autoassoluzione collettiva. Non se lo dice nessuno, si fa finta di niente perché non ci conviene.
Non si può dire che l’incessante scorrimento di una quantità ormai oltre la saturazione di mezzi pesanti personali sta masticando Roma a ogni istante.
Le autovetture stanno distruggendo Roma e la sua vivibilità, sotto ogni aspetto.
Ma esultiamo per un film, va': e rifacciamo finta di niente.

Ci restano, intatti, quei 30 metri di Ciancaleoni, per un caso fortunato. I bravi borghesi con il loro indice vibrante alzato in aria e la testa sottoterra, non se ne accorgeranno: ci conviene, quindi zitti tutti. Buona visione.

*Fonte: “Selciato romano”, Ludovica Cibin, Gangemi editore, 2003

Bologna 2014, la Carta del nuovo ciclismo urbano

Link

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(
foto di Antonella Ruberto)

Chi mi segue sa quanto, in questi due anni dalla nascita di #salvaiciclisti, sia aumentata l’attenzione per le tematiche della mobilità nuova con la bici come asse e protagonista dell’unica rivoluzione italiana che abbia senso, e quanto la comunità dei ciclisti organizzati si sia data da fare per aumentare, costantemente, l’attenzione su questo tema, pur senza perdere l’allegria e la voglia di divertirsi.

Un esempio è stata la festa per il secondo compleanno del movimento/campagna che ha smosso le limacciose e dormienti acque dell’opinione pubblica italiana.
Salvaicicilisti Bologna, con uno sforzo organizzativo enorme, ha convocato tutti a Bici Senza Frontiere, in una piazza Maggiore per una volta tutta per noi. Giornata divertentissima come nostro stile, che però era il prologo dell’indomani, in cui il succo della due giorni si faceva più serio (per quanto a noi possibile) e denso.

Si doveva parlare della nascita di un nuovo soggetto proveniente da #salvaiciclisti, che resta movimento/campagna fluido e libero, non strutturato o organizzato, per avere un utensile in più nella nostra lotta per la ciclabilità.

Perché il grigiore delle cose italiane ha questa proprietà: se non sei strutturato non hai accesso all’ascolto delle amministrazioni. Naturalmente non vogliamo essere solo ascoltati ma direttamente seguiti nel percorso che, davanti all’inerzia italiana, stiamo costruendo letteralmente a mano. Insomma, se non sei un’associazione non vai a trattare con le amministrazioni locali, tutto qui.
Quindi domenica 9 febbraio, nel corso di una partecipata assemblea pubblica, abbiamo dato il via al percorso che porterà alla nascita del nuovo soggetto, con il massimo delle caratteristiche che contraddistinguono #salvaiciclisti (spontaneità, fantasia, divertimento e nessun timore di protestare anche a brutto muso o con forme inconsuete le nostre idee in merito alla palude della mobilità italiana, il tutto un po’ più strutturato in federazioni tra realtà #sic locali e un hub centrale a Roma non di vertice ma di servizio).

Nei prossimi giorni i firmatari della Carta di Bologna, tra cui me, si impegneranno a mettere in forma le suggestioni e le idee scaturite ieri dai partecipanti all’assemblea, provenienti da diverse zone dello stivale. II prossimo appuntamento, quello fondativo, quindi a Roma il 28 aprile. 

Ps: nell’occasione mi ha fatto piacere salutare tutti i compagni di strada di questi ultimi anni, in previsione del mio viaggio intorno al mondo con bici autocostruita.

La ciclabile-truffa su via Nomentana

ciclabilenomentanaPrendete nota di questo nome, sconosciuto ai più: Pierfrancesco Canali, architetto dell’Agenzia mobilità di Roma. Ora vi spiegherò perché dovrete ricordarlo, ma prima vorrei che vi segnaste anche quest’altro nome: Guido Improta, assessore alla Mobilità del comune di Roma.Iniziamo da Improta: ieri, 29 gennaio, l’assessore presenta il nuovo piano per la mobilità di Roma. All’interno di questo anche il progetto per la ciclabile di via Nomentana, una corsia per le bici chiesta da anni dai gruppi di ciclisti organizzati della zona.
Tutti noi romani conosciamo bene via Nomentana: è una delle arterie più importanti di Roma, ogni romano in grado di spostarsi c’è passato. Vale però la pena di ricordarne le caratteristiche: da porta Pia a piazza Sempione sono 4,6 km. E’ il percorso interessato dalla ciclabile (che ora, in realtà, si ferma a via Valdarno. Ma vabbe’).

Arteria ampia, a più carreggiate, per buona parte le laterali sono separate dagli alberi, marciapiedi larghi. Ma più di tutto: è un’arteria sostanzialmente dritta.
Ebbene, tecnici del comune, con l’avallo finale di Improta -di cui riporterò a breve le parole- sono riusciti a distruggere la linea retta della ciclabile con 87 (ottantasette) attraversamenti della sede stradale, obbligatori per le bici. Una follia, a firma del primo nome che ho citato sopra, Pierfrancesco Canali, che naturalmente si nasconde dietro l’essere un tecnico (mi scusino i tecnici veri per l’uso abusivo del termine in questo caso): la responsabilità è politica. E dunque ecco Improta.E che dice Improta? Voilà:  “Sulla pista ciclabile Nomentana c’è una conferenza dei servizi convocata per fine mese per il varo del progetto. Ma probabilmente ci saranno altre piste prima”,  ha osservato durante la conferenza stampa di presentazione del Piano. Ottantasette attraversamenti in quattro chilometri?, gli chiedono i giornalisti. “Questa è l’unica soluzione progettuale per avere una pista su quell’asse stradale. La proposta tecnica è valida e sostenibile da punto di vista trasportistico ed economico. Costerà qualche centinaio di migliaio di euro. Potrebbe essere pronta entro l’anno”.Eccola, la truffa. molteplice. Un assessore, ex Alitalia che vola così alto da essere probabilmente in stato di anossia perenne, che risponde una castroneria del genere o non ha visto proprio il progetto, o non capisce un’acca della moderna ciclabilità (scorrimento continuo il più possibile diretto), o intende avallare lo sfruttamento dei fondi comunitari per la ciclabilità sprecando risorse in questo folle modo per finalità che, francamente, mi sfuggono ma di cui spero venga politicamente chiamato a rispondere. Propendo per il terzo caso.

Mi astengo sulla valutazione della giunta Marino e lo faccio sia per carità sia per non autofomentarmi fino all’infarto. Voglio però sottolineare che l’assurdità degli 87 attraversamenti sia dovuta alla volontà progettuale di non disturbare l’attuale stato delle cose, addossando ai ciclisti l’obbligo di percorrere una ciclabile di fatto inutile e inutilizzabile.

Qui di seguito una cronistoria del progetto della ciclabile Nomentana, di cui ringrazio l’animatore del gruppo “Ciclabile Nomentana Subito” Guido Fontani, laddove il subito ha la caratteristica tutta italiana di iniziare qualche decennio prima, come reso evidente dalla sottostante cronistoria: a voi la valutazione e il retrogusto di beffa. Stimolo i gruppi organizzati di ciclisti romani a denunciare l’oscenità di questa progettazione, allontanare il progettista destinandolo ai censimento dei gabbiani a Malagrotta e censurare pubblicamente un assessore (organo politico) che riesce a dire una simile scemenza.

- 1990 il sindaco Carraro annuncia l’unilinea bus e pista ciclabile sulla Nomentana:

l’unilinea si fa, e la ciclabile no.
- 2006 l’assessore all’ambiente Esposito commissiona il progetto per la ciclabile; viene approvato e finanziato, Veltroni si impegna pubblicamente alla realizzazione entro il 2008, poi si dimette.
- 2012 L’assessore all’ambiente Visconti con un videomessaggio congiunto con il sindaco Alemanno si impegna alla realizzazione della ciclabile entro la primavera del 2012. Poi per approvare il bilancio la definanziano. 
- 27 gennaio 2014 il presidente del municipio 3 comunica che è in appalto la ciclabile, ma il progetto è stato rivisto dall’arch.Pierfrancesco Canali: il progetto è stravolto, non arriva più a piazza Sempione ed è praticamente inutilizzabile.