Cosa ci aspettiamo dalla Bicifestazione del 28 aprile?

Ci siamo quasi, sta per arrivare il momento di rivederci tutti su strada per dire forte e chiaro cosa vogliamo. Perfetto. Va tutto benissimo, la gente si sta coinvolgendo. Ma cosa vogliamo? A me la domanda sembra retorica, ma il senso di una grande manifestazione per la mobilità è anzitutto radunare il massimo numero di persone genericamente interessate e aiutarci tutti insieme a mandare un messaggio al resto della società. Qui ci sono alcuni distinguo da fare, e la cosa non appare banale visto che anche nel gruppo organizzatore proprio in questi giorni si è aperta una discussione proprio su questo punto. Le idee sono chiare, e d’altronde alcuni tra noi le divulgano (e dimostrano con il loro stile di vita) da parecchi anni. Altri da meno anni ma si può dire che abbiano agganciato il senso dell’agire in tempi ultrarapidi, dopo essere usciti dal vecchio mantra “più piste ciclabili per tutti” e chi s’è visto s’è visto. Però ripeto: l’obiettivo non è quello di tirare fuori un libro di buoni propositi ma quello di ottenere il cambiamento sperato.

Bisogna far capire cosa vogliamo. Continue reading

Don Pippo, la zappa in bici e fare le cose a mano

La riproduzione della bici di don Pippo fatta da me

Tanto tempo fa, per me tantissimo ma quasi niente, c’era un signore che curava la campagna dove eravamo appena arrivati. Si chiamava Pippo, o almeno ricordo che si chiamasse così.
Era orbo da un occhio e veniva con la sua zappa messa a cavalcione della bicicletta.
Uno dei suoi figli era Nello, giocavamo insieme nella terra, nella sabbia e nel canneto accanto, mentre il padre curava la campagna. Pippo, che ora ricordo veniva chiamato don Pippo, le sapeva tutte e non diceva quasi niente. Ogni cosa che toccava fioriva, sbocciava. sembrava quasi essere una pianta, da quanto stava zitto e da quel che tirava fuori. Ulivi mezzi morti per la salsedine che facevano olive, zucchine, pomodori, melanzane, la portulaca lasciata in pace.
Orbo e silente ma ancora lo ricordo, lui e soprattutto la sua zappa portata su una bici nera con i freni a bacchetta. 


Non credo che avesse mai studiato alcunché, forse neanche parlava italiano, solo quel siciliano lì, quello di zona. Magari non era neanche nato nell’isola ma da qualche altra parte, me lo ricordo uguale ai fellah egiziani, identico proprio.
Lo stimo immensamente di più di qualsiasi persona oggi o ieri o domani guidi il Fondo monetario internazionale, la Banca centrale europea, l’Acea, la Fca, il Centro Autopromotor, qualsiasi essere che faccia vertice senza mai aver usato le mani e il cervello attaccato a esse, che sono la parte visibile del cervello. Ce n’è pieno di gente così, nelle fasce d’élite è tutto un conformismo borioso e saccente che, a quanto pare, non ha dato i risultati che la gente umile, quella che non ha studiato pur sapendo fare le cose che sa fare, aspettava dai sapientoni.
Quel signore, don Pippo non ha mai cercato di non essere altro che sé. Non si è mai fatto passare per meno o per più: era quello che era.
Ed era -credo sia ormai morto, sono passati tanti anni, ma la prossima volta che vedo Nello glielo chiedo, anche se non mi va, l’ho visto qualche mese fa e mi imbarazza chiedere se don Pippo sia ancora vivo- una persona esattamente sua, non isolata ma precisa, adeguata a sé e in perfetta armonia col circostante, senza particolari ubbìe.

Questo racconto, apparentemente incongruo qui, mi è venuto fuori all’improvviso pensando al concetto dello “sporcarsi le mani”. Mani sporche di attività etica, non certo di sangue o altre attività genericamente inaccettabili per una persona etica. Il creare un presente migliore del passato in vista del futuro. Un lavoro da contadini: far crescere le condizioni per star meglio e dare un futuro ai figli di tutti, non solo ai propri. E’ questo che facciamo da tanti anni quando parliamo del modello di mobilità che abbiamo trovato alla nostra nascita: proviamo a mettere mano alle cose che non vanno e farle diventare cose che vanno. Almeno questa è l’intenzione.

E’ per questo che, partendo dal basso, abbiamo convocato tutti coloro interessati al cambiamento del modi di stare in strada, il 28 aprile a Roma, ai Fori imperiali dalle 16: mostrare la semplicità in atto, la mobilità elevata alla sua essenzialità: spostare le persone, non i mezzi, questo è l’obiettivo.

Stiamo costruendo questa “bicifestazione” a mano, senza mezzi, con piccole donazioni per pagare locandine, flyer e sito (www.bicifestazione.it), chiamando realtà più strutturate di noi, cercando di coinvolgere chi possa rendersi utile. Con la nostra zappa a cavalcione della bici. Sono ragionevolmente certo che don Pippo capirebbe e probabilmente approverebbe, sempre in silenzio ma non quel suo sorriso sghembo e sdentato e l’unico occhio a guardare bene, con attenzione.

Bicifestazione 2018: perché le mele non cadono da sole nel cesto

Sei anni fa, nel 2012, si verificò un fatto anomalo nel generalmente stanco tran tran italiano, quasi un atto situazionista: migliaia di persone aderirono all’appello di una manciata di blogger attivisti della ciclabilità e della riscoperta del mezzo bici, tra cui me. In pochi giorni, a febbraio, nacque la campagna Salvaiciclisti, iniziata con un post pubblicato in contemporanea da 38 siti abbastanza di riferimento per questa piccola nicchia di società. Il gruppo Facebook inaugurato per l’occasione arrivò a quasi 20.000 membri in pochi giorni. La campagna ebbe una eco notevole sui giornali, aumentando così le adesioni all’appello. Oggi, nel 2018, quello stesso tipo di persone, in piccola parte del gruppo originario e in larga parte attivi da dopo il 2012, ha deciso di riconvocare a Roma, nello stesso giorno di sei anni fa e ovvero il 28 aprile, una manifestazione nazionale per battere ancora sul punto: all’Italia serve una rivoluzione nel proprio modo di spostarsi. In sostanza, la stessa proposta del 2012, e qui vorrei spiegare perché è necessario, oggi come allora, che la partecipazione sia importante e sia concretamente messa in campo con la propria presenza, non delegata. Continue reading

Malabrocca uno di noi

Luigi Malabrocca era un ciclista famoso. Correva negli anni delle titaniche sfide tra il vecchio Bartali e il giovane Coppi, consegnate all’epica del ciclismo. Anche Malabrocca, detto “il Cinese” per via del taglio degli occhi, era famoso ma per un motivo particolare: arrivava sempre ultimo alle tappe della gara più seguita d’Italia.

Attenzione però: il Cinese non era una schiappa. In altre gare minori -quelle dei dilettanti- vinceva o arrivava in testa, insomma era forte. Continue reading

Bici 1 – frizione auto 0 (un risultato elettorale)

Può accadere a volte, nella mia ancora inesausta propaganda a favore dello spostamento personale con la bicicletta, che io appaia agli altri una sorta di esagitato, un fanatico monotematico con risvolti patologici  che in qualsiasi condizione faccia di tutto per riportare la discussione sull’argomento  “bici”. Questa, me ne rendo conto, è una di quelle volte, perché parlerò delle elezioni -peraltro drammatiche- appena trascorse. Anticipo che non si tratta di una valutazione dei programmi di questa o quella formazione partitica ma di una ministoria personale. Continue reading

Ancora sul fascismo stradale

E’ passato un giorno da un mio post in cui ho introdotto il concetto di “fascismo stradale” e sto osservando con un certo sconcerto alcune reazioni esagitate nei vari canali social in cui intervengo. Faccio un riassunto. L’ennesima morte stradale di una giovane donna, schiacciata in bici da un’automobilista con il mezzo fuori controllo (pare) ha scatenato la reazione degli attivisti, fino a portare all’idea di una nuova manifestazione nazionale di chi si sposta in bici o vorrebbe farlo senza paura, si spera molto partecipata come o più di quella del 2012 ai Fori Imperiali a Roma, dove il 28 aprile di quell’anno la lunga spianata venne letteralmente occupata dal Colosseo a piazza Venezia da una folla venuta da tutta Italia. Decido quindi di lanciare pubblicamente, subito, senza perdere altro tempo, l’idea nata da un sentire collettivo e anticipare una “Manifestazione contro il fascismo stradale”, questo il titolo del post. Continue reading

Manifestazione contro il fascismo stradale

Valentina, non più madre. Foto dal Corriere della Sera, edizione romana

Cos’è il fascismo? E’ prevaricazione del forte sul debole. E’ violenza e dittatura. E’ la negazione della convivenza pacifica, affermazione di un migliorismo che necessariamente coinvolge il maschio alfa al potere, è la più bieca manifestazione di potere, è autorità che nega l’autorevolezza.

In strada c’è il fascismo dei mezzi di spostamento. E’ già maggioritario, non ha bisogno di elezioni né di referendum né di appelli popolari o raccolta firme. E’ già lì e lo vedete tutti i giorni che questa specie a cui appartengo spreca in inutili esercizi di prevaricazione, invece di avere la massima cura del breve tratto di coscienza genericamente definito vita.

Il fascismo delle strade italiane va eradicato, tanto quanto il fascismo cosiddetto politico. 

Per questo #salvaiciclisti convocherà nei prossimi giorni una manifestazione nazionale, che speriamo grande, a Roma, a Fori Imperiali, ad aprile, come quella che organizzammo nel 2012. Forse il 28 aprile, forse un altro giorno. Stiamo decidendo in queste ore, quelle aspre e a cui non riusciamo mai ad abituarci dopo l’ennesima morte di una persona che del suo spostarsi faceva gentilezza e innocuità, tuttavia facendolo. Non è solo per Valentina, né solo per Alice, Eva, Gianfilippo, Giuseppina e tutti gli altri tranciati per strada dal fascismo degli automezzi: è anche per quelli che oggi ci sono, ma soprattutto per quelli che saranno domani, a cui io personalmente chiedo scusa per aver partecipato a una generazione che ha inventato il fascismo stradale.

Seguiteci e preparatevi a intervenire. 

Ps: questo post parla del fascismo come dato antropologico, non come dato politico (al fascismo, evdenzio, nego ogni dignità di politica). Alcuni hanno polemizzato, dimostrandomi varie cose tra cui una mancanza di comprensione di cosa intenda, quindi probabilmente non mi sono spiegato bene e, con altrettanta probabilità, decenni di laissez faire hanno riammesso quella categoria antropologica nel consesso della cosiddetta civiltà. Raccolgo un altro po’ di input e poi scriverò un post sulle reazioni nate dal mio intervento.

Le dimensioni contano?

Vivo e mi sposto nella più grande città italiana, che ha un’area di poco meno di 1.300 km quadri e un diametro medio approssimativo di 25 km. Milano, per dire, insiste su un’area di poco meno di 200 kmq e un diametro medio intorno ai 10 km. Quindi capisco da dove nasca l’equivoco di molti romani quando dicono che non possono usare la bici per spostarsi perché “Roma è grande”. Questo è un ennesimo mito da sfatare come quello dei famosi sette colli, l’altro mantra giaculato ad ogni discussione reale o virtuale (e se poi chiedete ai romani di enumerare quali siano, ‘sti benedetti sette colli, si fermano tra tre e cinque, ma vabbe’). Negli ultimi anni mi ero dato la pena di illustrare con poche cifre l’inconsistenza dell’ostacolo dimensionale, sciorinando statistiche e calcoli: “anche lasciando da parte il diametro -dicevo in quei casi- è statistica costante che lo spostamento medio sia in oltre la metà dei casi entro gli 8 km; e se proprio vuoi andare da un capo all’altro della città, a 20 km all’ora ci metti poco più di un’ora”, e blablabla. Continue reading