In viaggio, continuamente

A Beijing, Pechino. Ragionando, da sobrio, su come fosse possibile che stare lì fosse normale

Qualche giorno fa sono stato invitato a parlare del mio viaggio intorno al mondo con bici autocostruita, parte di un ciclo di discorsi su -e racconti di- viaggi in bici nato da qualche mese per iniziativa di un negozio specializzato che per un caso è proprio sotto casa mia, non più di otto passi. Il viaggio di cui avrei dovuto parlare risale a quattro anni fa ed era una delle idee sceme o potenzialmente autolesioniste che mi vengono di tanto in tanto in mente. A metà dei 48 anni avevo realizzato che si alzavano di parecchio le probabilità di compiere mezzo secolo, e nell’istante stesso in cui pensavo “come mi festeggio?” è stato naturale rispondermi “giro del mondo con una bici fatta da me”.

Non pensavo da un po’ a quel viaggio e provo qui a spiegare perché. E’ necessario premettere alcune cose: avevo a disposizione sei mesi di aspettativa, quindi non vi aspettate che abbia circumbiciclato il globo per intero, tutt’altro: treni -tra cui la Transiberiana, meravigliosa e uno dei miei sogni da ragazzo- e aerei transoceanici mi hanno dato le spinte giuste per tornare a casa entro il tempo prefissato. Mi ero dato quattro mesi, perché mi conosco e da altri viaggi lunghetti fatti in precedenza pronosticavo un certo periodo di recupero per tornare nella realtà di tutti i giorni. Allo stesso tempo, da quando ho cominciato a muovermi esclusivamente in bicicletta e ho abbandonato il mio ex amore motocicletta, grossomodo nel 2002, quasi subito ho avuto la sensazione di essere entrato in una dimensione di viaggio permanente. Era quindi arrivato il momento, tra l’altro, di verificare sul campo quella sensazione latente e forse ingannevole.

Nel secolo scorso avevo fatto altri viaggi in bici, generalmente in posti scomodi e desertici, e regolarmente al ritorno ero un disadattato. Ovviamente avevo viaggiato anche in moto, e il disagio del ritorno era sempre lì ad aspettarmi, identico. Non avevo quindi la prova che la sensazione di viaggio perenne, una volta trasformatomi in ciclopiteco sapiens, fosse la realtà. A farla breve è invece stato così.

Però non pensavo più a questo aspetto, me ne sono ricordato solo perché uno degli intervenuti, prima che iniziasse la chiacchierata, mi aveva chiesto appunto se ero tornato frastornato dal viaggio. Nelle due ore successive però la discussione si è sviluppata su direttrici diverse: come si fa la doccia in Transiberiana, quanto costa il sushi in Giappone, le ciclabili di Pechino larghe 20 metri, se l’acqua di Cuba è buona, che tubazioni ho usato per costruire il telaio, organizzazione dei bagagli. Cose così.

Mentre parlavo pensavo a quanto sia identico fermarsi a un chiosco cubano a bere acqua di cocco o piegarsi su un “nasone” romano a bere acqua; andare a mangiare shawarma in un posto qualsiasi della mia città o borsh a Sukhebator (Mongolia), okonomyaki a Hiroshima vicino all’ostello, qualsiasi altra cosa quando ne senti il bisogno o la voglia. Non cambia niente, né cambia il modo di relazionarsi con chiunque incontri: in linea di massimo cortesia, benvenuto visitatore, che bel posto questo in cui vivete, e come vi va, ma sai abbiamo problemi però dài tutto si risolve; le chiacchiere usuali che facciamo un po’ tutti un po’ dappertutto, a casa o fuori casa. Una piacevole e non banale sensazione di appartenenza a questa pazza specie che vive ovunque su un pianeta piuttosto periferico e solitario.

Ne volevo parlare alla fine, ma poi è piombata come una meteora la notizia che a Roma il consiglio comunale aveva deliberato di intitolare una via ad Almirante, e siamo tutti tornati a soffrire la triste realtà dei nostri luoghi in questi tempi. La riunione si è chiusa in un lampo, sotto il peso dello sconcerto. Però mi era rimasto questo messaggio inespresso a mezza gola, e lo racconto ora.

Le strade del silenzio, shhhhh

Domenica scorsa a Roma è stata una strana giornata, che ha mischiato elementi formalmente contraddittori ma che, paradossalmente, hanno interagito in maniera piuttosto armonica, credo in maniera inconsapevole. Per la prima volta nella città in cui vivo si è realizzato un esperimento inconsueto, e potenzialmente foriero di una piccola guerra civile conoscendo i miei concittadini: il comune ha deciso di riservare un insieme di 14 strade, che formavano un circuito di circa 23 km, a bici e pedoni. Grossomodo metà carreggiata era inibita alla circolazione motorizzata. Gli incroci erano quasi tutti, miracolo!, presidiati dai vigili. Il titolo dell’iniziativa era “Via Libera”, rovesciando per una volta il concetto di “chiusura al traffico” classicamente accoppiato alle restrizioni ai veicoli motorizzati.

E qui finisce la descrizione oggettiva dell’iniziativa durata dalle 10 alle 19, senza alcun tipo di rissa che mi ero aspettato, e che in qualche modo temevo. Continue reading

Gli invisibili e il ministro


Ho partecipato all’incontro tra i fattorini in bici, definiti “riders” dalle grandi aziende che li utilizzano e di conseguenza dalla stampa, e il nuovo ministro del lavoro, Luigi Di Maio. Ero stato contattato il giorno prima dallo staff del ministro per dare una mano alla costruzione dell’incontro, deciso in meno di 24 ore. Le cronache hanno riportato bene il succo di quanto detto, qui vorrei solo fissare alcune mie impressioni sui vari “a margine” di questo appuntamento. Farò un appunto a parte sull’opportunità di avere rapporti con un governo che contenga Salvini al suo interno. Continue reading

Il Giro del re nudo, o la scoperta del sampietrino sconnesso

S.Agnese in Agone, da Romabbella.com

Iniziato nel peggiore dei modi partendo da Gerusalemme, una città che dovrebbe essere finalmente lasciata in pace, ormai sapete tutti che il Giro d’Italia 2018 è finito nella più triste e buffa tappa-passerella che si potesse avere, a Roma. Mi ero ripromesso di ignorare questa gara, che già di suo non m’interessa granché e ancora meno quest’anno proprio per la sciagurata scelta della partenza, ma la protesta dei bamboccioni che corrono in bici, spaventati dalla scarsa sicurezza del percorso, mi costringe ad approfittare di questa eccezionale buffonata. Continue reading

Gli ultimi che probabilmente non saranno mai primi

La classifica del rapporto “Living Moving Breathing”, commissionato da Greepeace al Wuppertal Institut.

Tempo fa mi sono lanciato in un elogio di Luigi Malabrocca, la famosa maglia nera del Giro d’Italia dei tempi di Coppi&Bartali. Ma stavolta essere ultimi non è un premio, né un vanto, e tantomeno un argomento su cui fare i gradassi, visto che qui si parla di vivibilità: il cui contrario è “mortalità”, e vista in quest’ottica siamo i primi. Solo gli adoratori della Triste Mietitrice possono gioire.

In questa settimana sono apparsi quasi contemporaneamente due rapporti che denunciano sia l’avvelenamento dell’aria sia l’avvelenamento in senso lato della vita in strada. Uno, quello di Cittadini per l’Aria, testimonia lo sforamento del biossido d’azoto a Milano e Roma; l’altro, commissionato da Greenpeace al Wuppertal Institute tedesco, prende in considerazioni 13 capitali della zona geograficamente definibile europea (ci sono anche Mosca, Oslo e Zurigo). Vorrei cominciare dal secondo.  Continue reading

Il disagio stradale in tre piccoli episodi romani

Quando diciamo che in strada si fa una vita da schifo non stiamo esagerando. Lo vediamo tutti ma farlo proprio è difficile per il meccanismo psicologico della rimozione. Qui voglio proporre tre piccoli episodi degli ultimi giorni, due con me come osservatore “privilegiato” e uno che vede un altro ciclista urbano come testimone. Le scene si svolgono a Roma. Mostrano, a mio parere, “lo spostamento dell’asse della normalità” secondo la recente definizione di una ciclista urbana. Continue reading

Un anniversario particolare

“Palo 27”, olio su banner rubato al cantiere Metro C di piazza Venezia nel 2010, lì dove hanno abbattuto i pini e poi scoperto un ovvio repertone romano.

Oggi è un anno che non mi occupo più della ciclabilità per il comune di Roma. Naturalmente continuo a lavorare per la ciclabilità in Italia e a Roma da, all’incirca, il 2002.
Oggi comunque è un giorno discretamente importante per me.  Continue reading

Amiamoci e partiamo

C’è la necessità di cambiare il modo di stare in strada in questo paese e lo possiamo fare solo con un momento di presa di coscienza collettiva. Perciò un gruppo di persone, poi diventate decine e in seguito supportato da quasi 200 realtà associative dal locale al nazionale, ha deciso di chiamare in strada a Roma chi sente come urgente e ineludibile questo cambiamento.

Abbiamo le città più belle del mondo e le abbiamo stuprate con milioni e milioni di automobili. Continue reading