Nuovo Tridente e vecchi privilegi

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Preso nella dolce rete della magnifica ottobrata romana, girello per la mia città in attesa di ripartire. La guardo in lungo e in largo.
Oggi è toccato alla -vera- novità del cosiddetto Tridente (quel reticolo di vie tra Babuino e Ripetta, con via del Corso in mezzo, vertice su piazza del Popolo e base su piazza Augusto Imperatore), la sua impermeabilità al traffico tradizionale, qui chiamata chiusura (io preferisco pensare al concetto di apertura).
E’ il primo giorno del nuovo corso. C’ero già stato sabato scorso, ma le transenne dei lavori di ristrutturazione impedivano una vera valutazione delle misure prese. Oggi è la realtà come pensata dall’amministrazione.
Come su via dei Fori Imperiali all’epoca, viene sfruttata a fondo la possibilità di passaggio concessa a 21 categorie; tra cui, incredibilmente, gli studenti di una scuola secondaria, che sciamano a frotte da via Margutta a bordo delle loro microcar truccate, accelerando già in curva. Qui sotto una di queste.

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Anche gli altri automobilisti, grazie alla strada improvvisamente libera sui due lati e quindi con una prospettiva visiva molto migliore per identificare eventuali ostacoli al loro marinettiano stile di vita (pedoni che attraversano) corrono più di quanto si facesse in passato.
Incrocio due recenti pasionarie della mobilità nuova, Anna e Valeria. “Prima abbiamo visto uno, evidentemente ‘pippato’ (cocainomane, ndr) che andava a 70 all’ora e ci ha anche guardato male”, mi dice Valeria. Parliamo brevemente della nuova viabilità, e concludiamo tutti che così non funziona, troppe eccezioni e troppo facile accelerare.

Sugli altri due assi del Tridente le cose non sembrano aver avuto alcun tipo di cambiamento. Questa sotto è via di Ripetta:
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Su via del Corso incrocio un’autocolonna di mezzi della polizia, almeno 8. Mi sembra di rivedere le scene della finta pedonalizzazione dei Fori Imperiali, che immediatamente ribattezzai “Zona a traffico privilegiato”, ovvero ci passa chiunque abbia un qualsiasi ruolo pubblico o parapubblico, fosse anche il veterinario comunale.
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Insomma, la novità c’è ma al solito funziona male per l’incrollabile indifferenza romana dei singoli chiunque siano, residenti o categorie variamente autorizzate. Il pericolo nuovo è l’accresciuta velocità, percepibile a occhio. Probabilmente anche la possibilità di non incolonnarsi in coda spinge gli aventidiritto a percorrere con più frequenza le strade, in virtù di un non meglio spiegato né comprensibile privilegio. L’Europa è ancora lontana.

Il paese di Crono

Veniamo tutti dal mito greco politeistico. Non raccontiamoci fesserie, anche se monoteistiche e bimillenarie. Il mito greco è  ben dentro noi, molto più profondamente del successivo mito della fertile mezzaluna e limitrofie pastorali varie.

Sappiamo dunque tutti di Crono e del fatto che mangiasse i figli fatti con Rea.
Crono era uno dei figli di Urano e Gea, cioé cielo e terra. Anche Urano odiava i suoi figli e li nascondeva dentro Gea, che non riusciva a partorirli. Erano dodici, sei maschi e sei femmine. Crono era il più giovane dei maschi (Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto); le sorelle erano Tia, Rea, Temi, Mnemosine, Febe, Teti.
In breve, Crono raccolse l’appello disperato di Gea e evirò il padre, Urano, gettandosi dietro le spalle il raccolto del falcetto.
Fratelli e sorelle (i Titani primigenii) si misero insieme. Da Crono e Rea nacquero gli dei moderni. Ultimo Zeus, a dar retta a Esiodo; primogenito invece secondo Omero (che però era un piacione e il mito di Zeus poteva essere pericoloso da maneggiare: meglio dirlo primo).

Sappiamo che Crono mangiava i suoi figli e che Zeus -facciamo che fosse l’ultimo- alla fine si salvò perché la madre Rea mise in bocca allo sposo un grosso sasso avvolto da panni.
Non molti sanno però che Rea chiese aiuto a Gea e (udite udite) a Urano, cioé lo stesso che dall’esilio fuori dal mondo e evirato aveva suggerito a suo figlio Crono come fare a togliersi dalle scatole il padre. Naturalmente la sua fu una vendetta.
Urano e Gea salvarono il nipote Zeus con i loro consigli alla figlia Rea.

Ma questo viene prima della storia di oggi di noi contemporanei. Noi non siamo ancora fuori dalle grinfie di Crono, pur avendo in passato (i tempi di Urano) mandato fuori dalla storia il Padre (le lotte socialiste dopo l’avvento dell’industria e la presa di coscienza post Marx anche nelle classi contadine della Russia zarista: insomma un po’ tutti noi poveracci, in lotta contro il padronato di vario stampo).
Adesso siamo ancora ai tempi di Crono: egli ha imparato dal passato e sta mangiando noi, i suoi figli.
Prima di Zeus, che poi liberò dallo stomaco di Crono suo padre tutte le sorelle e i fratelli, erano stati ingoiati dal dio-titano Estia, Demetra, Era, Poseidone e Ade.

Quando Zeus mandò in esilio Crono (neanche lui lo uccise), ebbe anche qualche problema a regnare su tutti gli déi e gli uomini, e dopo qualche battaglia vinse e regnò, ma sempre dovendo fare i conti con Poseidone e Ade, per non parlare della sorella-moglie Era: tra il lusco e il brusco, pur essendo dio delle cose visibili e governando cielo e terra, qualche grana pure notevole l’aveva. Non dico che fosse democrazia, sia mai -è roba di ben prima dei tentativi ateniesi-, ma assomiglia a un minimo di speranza di cavarsela anche se girano i pezzi grossi. Grossi dico per noi umani.

Ecco: a me pare invece che la nostra civiltà abbia riesumato Crono, colui che mangia i suoi figli indistintamente e per non avere problemi, e che ancora non ci sia la reazione dovuta e necessaria. Non vado in cerca uno Zeus: ma della reazione che è in noi e che ebbero i nostri recenti antenati nei confronti del padronato/Urano, e da cui dobbiamo comunque liberarci cercando la nostra strada di essere padroni di noi stessi.
L’Italia oggi mi sembra Crono, che mangia i suoi figli dal primo a (forse) l’ultimo, per non avere rivali e però negandosi il futuro chiamato storia.

Ammazziamo Crono? O, come fece Zeus, lo mandiamo in esilio eterno?
Peraltro, visto che siamo in periodo di beatificazioni, ricordo che Zeus esiliò il padre all’Isola dei Beati. Se ne sta lì e non ha mai più dato fastidio a nessuno.

[ps: oggi 8 aprile compio 50 anni, ne ho fatte di tutti i colori tra cui la vicenda delle biciclette ma in realtà penso solo al fatto che questo paese di merda mangi i suoi figli e debba finire in esilio, esiliato dai figli suoi]

I selci dentro le teste degli struzzi borghesi

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Siamo a via de’ Ciancaleoni, alla Suburra, il piccolo tratto carrabile prima che, dopo l’incrocio con via dei Capocci, ci siano le scalette. Questo tipo di disposizione del selciato -d’ora in poi selci- viene chiamato “a spina con selci doppi”, o  legarelle*.
Come si può vedere sono selci in ordine, in piano, non sconnessi. Questo perché le vetture possono solo andare in salita, quindi vanno adagio visto la poca percorrenza, lo stretto angolo di sterzata e la pendenza. I selci rimangono sempre così, non è mai servito alcun intervento negli ultimi 14 anni (testimonianza oculare).
In fondo si vede la chiesetta di s.Lorenzo in Fonte, o s.Lorenzo e Ippolito, in via Urbana, dove si dice che fosse tenuto prigioniero il santo prima della griglia, e dove pare che abbia fatto scaturire una fonte per battezzare il suo secondino, Ippolito appunto. Sotto via Urbana scorre un fiume (da prima di Lorenzo), visibile solo con visite speciali e già noto dai tempi della Roma quadrata, quando Urbana si chiamava vicus Patricius (dicono che poi ci sia nato Giulio Cesare). Non si può visitare il luogo della prigionia del santo perché è allagato, almeno così rispondono le suore.
Torniamo ai selci a spina, che ho fotografato perché sono l’unico punto della Roma antica ancora intensamente vissuta che io conosca senza sconnessioni. A parte le solite vetture parcheggiate ai lati, lì non c’è un gran passaggio, anzi esiguo. Il piano stradale è ok.
Sull’antico vicus Patricius, rinominato in seguito agli interventi del papa Urbano VIII (un Barberini) invece ci sono avvallamenti ovunque. Così come su Leonina, Madonna dei Monti (oggi due buche nuove, sempre sui selci), Panisperna, e su ogni strada della Roma storica, selci o asfalto che sia. Le conosco tutte, le percorro tutte in bici, l’elenco sarebbe lunghissimo.

E qui vengo al punto: qualche giorno fa un mio collega molto più noto di me, Francesco Merlo, scrive su Repubblica della Roma orrenda di oggi, indicando monnezza, writers e buche ovunque come esempi del degrado.
Dopo aver detto che apprezzo ogni colore e intervento dei writers, anche i più beceri, voglio limitarmi all’argomento buche.
Come si formano? Se leggete quanto scrive Merlo non ne troverete traccia, meteo a parte. (Sul pianeta piove da sempre, vorrei ricordare).
No, non si può dire. L’argomento è tabù, è rimosso per autoassoluzione collettiva. Non se lo dice nessuno, si fa finta di niente perché non ci conviene.
Non si può dire che l’incessante scorrimento di una quantità ormai oltre la saturazione di mezzi pesanti personali sta masticando Roma a ogni istante.
Le autovetture stanno distruggendo Roma e la sua vivibilità, sotto ogni aspetto.
Ma esultiamo per un film, va': e rifacciamo finta di niente.

Ci restano, intatti, quei 30 metri di Ciancaleoni, per un caso fortunato. I bravi borghesi con il loro indice vibrante alzato in aria e la testa sottoterra, non se ne accorgeranno: ci conviene, quindi zitti tutti. Buona visione.

*Fonte: “Selciato romano”, Ludovica Cibin, Gangemi editore, 2003

Bologna 2014, la Carta del nuovo ciclismo urbano

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foto di Antonella Ruberto)

Chi mi segue sa quanto, in questi due anni dalla nascita di #salvaiciclisti, sia aumentata l’attenzione per le tematiche della mobilità nuova con la bici come asse e protagonista dell’unica rivoluzione italiana che abbia senso, e quanto la comunità dei ciclisti organizzati si sia data da fare per aumentare, costantemente, l’attenzione su questo tema, pur senza perdere l’allegria e la voglia di divertirsi.

Un esempio è stata la festa per il secondo compleanno del movimento/campagna che ha smosso le limacciose e dormienti acque dell’opinione pubblica italiana.
Salvaicicilisti Bologna, con uno sforzo organizzativo enorme, ha convocato tutti a Bici Senza Frontiere, in una piazza Maggiore per una volta tutta per noi. Giornata divertentissima come nostro stile, che però era il prologo dell’indomani, in cui il succo della due giorni si faceva più serio (per quanto a noi possibile) e denso.

Si doveva parlare della nascita di un nuovo soggetto proveniente da #salvaiciclisti, che resta movimento/campagna fluido e libero, non strutturato o organizzato, per avere un utensile in più nella nostra lotta per la ciclabilità.

Perché il grigiore delle cose italiane ha questa proprietà: se non sei strutturato non hai accesso all’ascolto delle amministrazioni. Naturalmente non vogliamo essere solo ascoltati ma direttamente seguiti nel percorso che, davanti all’inerzia italiana, stiamo costruendo letteralmente a mano. Insomma, se non sei un’associazione non vai a trattare con le amministrazioni locali, tutto qui.
Quindi domenica 9 febbraio, nel corso di una partecipata assemblea pubblica, abbiamo dato il via al percorso che porterà alla nascita del nuovo soggetto, con il massimo delle caratteristiche che contraddistinguono #salvaiciclisti (spontaneità, fantasia, divertimento e nessun timore di protestare anche a brutto muso o con forme inconsuete le nostre idee in merito alla palude della mobilità italiana, il tutto un po’ più strutturato in federazioni tra realtà #sic locali e un hub centrale a Roma non di vertice ma di servizio).

Nei prossimi giorni i firmatari della Carta di Bologna, tra cui me, si impegneranno a mettere in forma le suggestioni e le idee scaturite ieri dai partecipanti all’assemblea, provenienti da diverse zone dello stivale. II prossimo appuntamento, quello fondativo, quindi a Roma il 28 aprile. 

Ps: nell’occasione mi ha fatto piacere salutare tutti i compagni di strada di questi ultimi anni, in previsione del mio viaggio intorno al mondo con bici autocostruita.

La ciclabile-truffa su via Nomentana

ciclabilenomentanaPrendete nota di questo nome, sconosciuto ai più: Pierfrancesco Canali, architetto dell’Agenzia mobilità di Roma. Ora vi spiegherò perché dovrete ricordarlo, ma prima vorrei che vi segnaste anche quest’altro nome: Guido Improta, assessore alla Mobilità del comune di Roma.Iniziamo da Improta: ieri, 29 gennaio, l’assessore presenta il nuovo piano per la mobilità di Roma. All’interno di questo anche il progetto per la ciclabile di via Nomentana, una corsia per le bici chiesta da anni dai gruppi di ciclisti organizzati della zona.
Tutti noi romani conosciamo bene via Nomentana: è una delle arterie più importanti di Roma, ogni romano in grado di spostarsi c’è passato. Vale però la pena di ricordarne le caratteristiche: da porta Pia a piazza Sempione sono 4,6 km. E’ il percorso interessato dalla ciclabile (che ora, in realtà, si ferma a via Valdarno. Ma vabbe’).

Arteria ampia, a più carreggiate, per buona parte le laterali sono separate dagli alberi, marciapiedi larghi. Ma più di tutto: è un’arteria sostanzialmente dritta.
Ebbene, tecnici del comune, con l’avallo finale di Improta -di cui riporterò a breve le parole- sono riusciti a distruggere la linea retta della ciclabile con 87 (ottantasette) attraversamenti della sede stradale, obbligatori per le bici. Una follia, a firma del primo nome che ho citato sopra, Pierfrancesco Canali, che naturalmente si nasconde dietro l’essere un tecnico (mi scusino i tecnici veri per l’uso abusivo del termine in questo caso): la responsabilità è politica. E dunque ecco Improta.E che dice Improta? Voilà:  “Sulla pista ciclabile Nomentana c’è una conferenza dei servizi convocata per fine mese per il varo del progetto. Ma probabilmente ci saranno altre piste prima”,  ha osservato durante la conferenza stampa di presentazione del Piano. Ottantasette attraversamenti in quattro chilometri?, gli chiedono i giornalisti. “Questa è l’unica soluzione progettuale per avere una pista su quell’asse stradale. La proposta tecnica è valida e sostenibile da punto di vista trasportistico ed economico. Costerà qualche centinaio di migliaio di euro. Potrebbe essere pronta entro l’anno”.Eccola, la truffa. molteplice. Un assessore, ex Alitalia che vola così alto da essere probabilmente in stato di anossia perenne, che risponde una castroneria del genere o non ha visto proprio il progetto, o non capisce un’acca della moderna ciclabilità (scorrimento continuo il più possibile diretto), o intende avallare lo sfruttamento dei fondi comunitari per la ciclabilità sprecando risorse in questo folle modo per finalità che, francamente, mi sfuggono ma di cui spero venga politicamente chiamato a rispondere. Propendo per il terzo caso.

Mi astengo sulla valutazione della giunta Marino e lo faccio sia per carità sia per non autofomentarmi fino all’infarto. Voglio però sottolineare che l’assurdità degli 87 attraversamenti sia dovuta alla volontà progettuale di non disturbare l’attuale stato delle cose, addossando ai ciclisti l’obbligo di percorrere una ciclabile di fatto inutile e inutilizzabile.

Qui di seguito una cronistoria del progetto della ciclabile Nomentana, di cui ringrazio l’animatore del gruppo “Ciclabile Nomentana Subito” Guido Fontani, laddove il subito ha la caratteristica tutta italiana di iniziare qualche decennio prima, come reso evidente dalla sottostante cronistoria: a voi la valutazione e il retrogusto di beffa. Stimolo i gruppi organizzati di ciclisti romani a denunciare l’oscenità di questa progettazione, allontanare il progettista destinandolo ai censimento dei gabbiani a Malagrotta e censurare pubblicamente un assessore (organo politico) che riesce a dire una simile scemenza.

- 1990 il sindaco Carraro annuncia l’unilinea bus e pista ciclabile sulla Nomentana:

l’unilinea si fa, e la ciclabile no.
- 2006 l’assessore all’ambiente Esposito commissiona il progetto per la ciclabile; viene approvato e finanziato, Veltroni si impegna pubblicamente alla realizzazione entro il 2008, poi si dimette.
- 2012 L’assessore all’ambiente Visconti con un videomessaggio congiunto con il sindaco Alemanno si impegna alla realizzazione della ciclabile entro la primavera del 2012. Poi per approvare il bilancio la definanziano. 
- 27 gennaio 2014 il presidente del municipio 3 comunica che è in appalto la ciclabile, ma il progetto è stato rivisto dall’arch.Pierfrancesco Canali: il progetto è stravolto, non arriva più a piazza Sempione ed è praticamente inutilizzabile. 

Perché ci incontriamo a Bologna l’8 febbraio

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L’8 febbraio del 2012 esplodeva -sui media- la “rivolta dei blogger ciclisti”, un evento preparato con cura su iniziativa del blogger Paolo Pinzuti, che chiamò a raccolta una serie piuttosto lunga di altri ciclisti con spazio e ascolto sul web. In circa 38 pubblicammo, contemporaneamente (a mezzogiorno) sui nostri blog, una sorta di traduzione spiegata del manifesto apparso giorni prima sul “Times” , save our cyclist. Da qui la scelta, rapida ma alla fine azzeccata, del nome di quella che sarebbe poi diventata la più forte campagna a favore della ciclabilità in questo paese incapace anche solo di immaginare un futuro. Poche settimane dopo, il 28 aprile, una folla autoconvocata di ciclisti invadeva via dei Fori imperiali a Roma: circa 50.000 persone per dire che era l’ora che l’Italia cambiasse strada.

Stampa, opinione pubblica, persino parlamentari e amministratori vari ci hanno sempre dato ragione. Il nome della campagna #salvaiciclisti è conosciuto da tutti (persino dai vigili o poliziotti che ci identificano quando facciamo i nostri flash mob non autorizzati). In questi due anni abbiamo ottenuto i seguenti due risultati concreti:
– la bicicletta è definitivamente entrata nell’immaginario collettivo come un mezzo di trasporto, ed è finalmente caduto l’immaginario precedente: quella di un mezzo per le passeggiate dei nullafacenti;
– l’Anci, l’associazione dei comuni italiani, ha messo a punto una proposta di revisione del Codice della strada potenzialmente rivoluzionario a favore della ciclabilità e della mobilità dolce o leggera; così rivoluzionario che i dirigenti del ministero dei Trasporti, in documenti lunghissimi e incomprensibili ai più (ma compresi benissimo dai tecnici #salvaiciclisti e Fiab), stanno tentando di sabotarlo in ogni modo, probabilmente su pressioni esterne.

Come vedete, si tratta esclusivamente di un cambiamento culturale: cosa che peraltro era il nostro primo obbiettivo. Ma in strada ancora non si vede niente, anzi si continua a rischiare la vita per le abitudini bestiali e incistate degli italiani automobilisti.

Per questo abbiamo deciso di vederci a Bologna l’8 febbraio: ancora una volta in massa e per la prima volta in inverno proprio per sottolineare che noi usiamo la bici tutti i giorni dell’anno e rischiamo la pelle in ogni momento, con sole, nebbia o neve: perché resta invariato il tasso medio di bestialità di chi usa il volante. E noi non molliamo mai proprio perché stiamo tentando di salvarci la vita, in un modo che fa bene anche alle nostre città. L’appuntamento che ci siamo dati è una specie di Giochi senza frontiere: siamo gente divertente e divertita, che sa stare bene bene al mondo, sorridente e leggera.

Il giorno successivo ci sarà un’assemblea, in luogo da rivelare, in cui parleremo di come rendere ancora più efficace la campagna #salvaiciclisti. Con ogni probabilità si creeranno associazioni locali federate in una rete: il nostro intento è quello di andare a sbattere sui tavoli delle diverse amministrazioni le nostre istanze, con una forma riconosciuta perché troppo spesso ciò viene richiesto dal grigio e triste mondo delle amministrazioni. Ma il movimentismo resterà la base della campagna #salvaiciclisti: perché ne è la vera forza.

 

La città immobile

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Non è un bilancio di fine anno. Non c’è nessun bilancio da fare. Non è successo niente.

Anni fa, durante i consueti aperitivi prima di pranzo, Mario Monicelli usava deliziarci con le sue ironie di anziano caustico. Una di queste era sostenere che a Roma non succedeva mai niente. Noi, i cosiddetti giovani (tutti quarantenni, chi più chi meno) contestavamo. “No, ma è vero, non succede niente -replicava alle proteste-. Sai dirmi una cosa che è successa?”. E noi giù a sciorinare romoli, imperi, invasioni, papati, monumentalità. “Tutte stronzate, quelli erano pochi, a fa’ la guerra so’ boni tutti, due-tre tiranni non sono la vita, la vita è il popolo e qui il popolo non combina niente”.

Opinione del sor Mario. Io mi contento di oppormi all’assenza di movimento, seguendo la mia indole. Ma a volte mi vedo costretto a dargli ragione, anche se resisto e non voglio.
E così pare che vada: senza appigliarsi al facile capro espiatorio chiamato sindaco (o siniscalco, baccelliere, borgomastro, chiamate queste figure apicali come vi pare),  la città di Roma continua nel suo eterno lasciarsi andare. Sappiamo tutti che quando un corpo è inanimato esso cade: che sia a due o quattro zampe, l’animale senza energia cade al suolo. Roma è così: un corpo inanimato, sdraiato al suolo non per scelta ma per mancanza di vitalità.
Scendendo poi nel dettaglio degli anni nostri, sono ancora contento che si sia eliminata la ferita di un fascista al Campidoglio, simbolo terribile di una società sfatta al punto di godere del tanto peggio tanto meglio. Ma appunto simbolo. Abbiamo lasciato che entrasse una faina nel pollaio e i polli siamo noi, nessun lamento.
Attualità: la nuova figura apicale va in bicicletta (lo incontro spesso, l’ultima volta oggi). E qui si ferma. Ancora un simbolo, stavolta positivo. Ma non si va oltre.

Roma oggi: al solito spettacoli di strada, molte roboanti parole, alcuni convegni a uso del sottobosco burocratico. Di tutto, per nascondere (e nascondersi?) una realtà fatta di frustrazione, suolo comune occupato in ogni dove, la regola semplice del “pagare mazzetta-fare come c. ti pare”, aperitivomafie, magna’ e bève. Un luna park semitossico, dove capita di perdere la vita sotto le ruote delle troppe macchine che ingombrano ogni angolo di città e inarcano le strade nuove e antiche. Incontrastate perché siamo noi. Anzi siamo “io”, la vera iattura della sommatoria di individui che rende oggi inanimata ma affollata questa città che appare maledetta dalla sua troppa bellezza passata.
Seppellita sotto un presente che schiaccia con la sua massa inerte e incapace di costruirsi il futuro ma molto brava a sciommiottarne a parole uno plausibile solo guardando ad altri paesi, altre città, altre popolazioni, e contentandosi delle parole.
Una piccola fetta di società prova a scuotere il resto, senza esito per i troppi interessi personali, le inerzie, del suddetto resto. E questo è tutto. Non c’è sindaco che tenga.

Perché nel boom della bici la crisi non c’entra, ovvero il baluardo Enzuccio

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Ogni volta che leggo qualche articolo sulla continua diffusione della bicicletta come mezzo di spostamento quotidiano, in cui -praticamente succede sempre- viene proposta la crisi economica come causa o almeno concausa del successo dell’amato mezzo, un po’ m’incazzo ma più che altro sghignazzo. In questo post tenterò di spiegare perché.
Intanto immagino il mio collega giornalista che pesca distrattamente  nel carosello continuo che trasporta frasi fatte e pensieri precotti di cui le moderne redazioni sono dotate. Egli o ella, che sia impiegato in un medium cartaceo o web, radio o tv, scrive sempre il pezzo che poi dovrà o impaginare o registrare o declamare. Ultimamente il magazzino frasi fatte ha difficoltà a rifornire tutti della parola crisi.

So che non è così: la bici ha successo per altri motivi, e non è che lo sappia perché sono quel che sono in questa vicenda, di cui so quel che so, ma per un motivo precisissimo, delineato: una persona. Enzuccio.

Conosco Enzuccio, che è un mio collega, da oltre vent’anni, da quando cioé tutti e due abbiamo cominciato a lavorare per la stessa agenzia di stampa che ci ospita ancora oggi. Nessuno di voi crederebbe mai a quanto sia profonda la sua attenzione diciamo meticolosa verso ciò che alcuni sciocchi definiscono vil denaro, però provate a credermi. Premetto: è un ottimo giornalista, una brava persona, un gran padre di famiglia, lavoratore e a suo modo intelligente colto e educato. E’ anche cattolico praticante, ma politicamente della vecchia scuola di sinistra moderata. Un moderato.
Dove assume un carattere invece totalmente smodato, direi radicale nel senso peggiore del termine, è nel bilancio personale, sia in ingresso sia in uscita. Semmai abbia delle uscite: noi si sospetta che per qualche miracolo organizzativo riesca sempre a uscire vincitore nell’eterna lotta tra lui e lo scontrino, e ovvero che non spenda un centesimo di ciò che guadagna. Crediamo fermamente che abbia accumulato fortune consistenti, in questi vent’anni e rotti. Non mi azzardo a fare esempi, anche perché so che le mie parole vengono lette da molti colleghi e mi esporrei sicuramente a un lunghissimo e estenuante rimprovero da parte di Enzuccio, che tra le sue caratteristiche ha quella di attaccare delle filippiche pro domo sua, in ogni settore dell’esistenza, che farebbero passare il Furio di Verdone come un ermetico alla Ungaretti. furio

 

Comunque basti citare la mitica volta in cui dovette cambiare la sua ormai decrepita Arna (l’Alfa Romeo dei wannabe) con una nuova automobile. Mesi di telefonate continue alla ricerca del concessionario/marchi/modello più conveniente. So per certo che alcuni di noi, allora, pensarono a tagliare e riannodare fittiziamente il filo del suo telefono. E sventurato l’ufficio stampa di qualche azienda -di ogni tipo- che produce o commercializza qualcosa che serva a Enzuccio.
Ok, insomma senza entrare in particolari avrete capito il tipo. Ebbene, Enzuccio (pur avendola, come quasi tutti) non usa la bicicletta per lo spostamento quotidiano. La usa solo per passeggiate al parco con la famiglia.

Questa cosa mi ha sempre colpito. Naturalmente capirete che ho provato in tutti i modi a riprendere la pecorella smarrita (potete immaginare due giganti del martirio di gonadi altrui come Enzuccio e Rotafixa, ognuno con le sue caratteristiche eh, che si confrontano) ma niente: quello il culo sul sellino non lo mette. Usa i mezzi pubblici, sì. Ma -incredibile- in casi eccezionali (orari assurdi, scioperi veri del tpl,  altre ed eventuali) usa la macchina. Vorrei sottolineare che tra casa sua e la redazione ci sono 5,6 km, misurati con Google Maps.

Per cui, credetemi sulla parola: il successo della bici non avrà niente a che vedere con cause economiche o semplice calcolo di convenienza, finché il baluardo Enzuccio non verrà conquistato.