Dehors: gli alleati che non ti aspetti

Tra le varie capriole degne di Alice nel Paese delle meraviglie che questa -orrenda? simbolica? Preferisco la seconda- vicenda della pandemia ci ha consegnato ce n’è una che trovo abbastanza divertente. Se riuscite a ricordare la vostra vita passata, quella che ha assommato il massimo numero dei nostri anni e che sembra quasi irreale, allora ricorderete anche cos’era quella quiete statica dell’ordine stradale imperante dagli anni ’70: al di qua dei marciapiedi la vita organica, al di là la presenza inorganica delle automobili. Tutto immutato per anni. Continue reading

Microchip vs molla di ritorno

Questo non è un intervento luddista. Mentre scrivo mi guardo a sinistra e a destra -ma soprattutto davanti- e ovunque intorno a me ci sono oggetti governati dai microchip. Persino nel mio laboratorio, luogo ad alta densità analogico-meccanica, ho delle attrezzature con i microchip, per esempio il lettore cd (ma governato da un vecchio valvolare che forse non ne ha ma non ci giurerei). I microchip servono persino a un robivecchi come me, quindi figurarsi, massimo rispetto. Continue reading

Il profumo alla benzina per dimenticare di essere su un’auto elettrica

Da tanto, forse troppo, tempo scrivo sulle storture di un sistema di mobilità basato sull’automobile privata e devo dire che pensavo di averle viste tutte. Invece no, e confesso che inizio a provare paura. Per puro caso mi sono imbattuto in un nuovo fenomeno da Tso che mai avrei immaginato; ma forse il mio limite è non essere immerso nel mondo motoristico. Succede che la casa statunitense Ford, in seguito a un sondaggio, ha deciso di far produrre un profumo al sentore di benzina per risarcire i possessori di una loro vettura elettrica della mancanza dell’aroma cui sono abituati. Continue reading

La bici è progressista: due cicloattivisti nei consigli comunali di Bologna e Milano

In questa prima tornata amministrativa molte cose hanno sorpreso, anzitutto le percentuali incredibili che hanno portato già al primo turno alla riconferma di Sala a Milano e all’elezione-lampo di Lepore a Bologna e Manfredi a Napoli. Però mi interessa focalizzare l’attenzione su due microfenomeni accaduti: l’elezione nei rispettivi consigli di Simona Larghetti a Bologna e di Marco Mazzei a Milano. Nomi che dicono poco a chi non è del giro cicloattivismo ma che sono da anni alla ricerca continua della realizzazione del nostro ormai quasi ventennale messaggio: bisogna cambiare il modo di stare in strada, ne va della vita di chiunque. Continue reading

Amore tossico a Milano

 

E’ arrivato fresco come un film in bianco e nero l’annuncio, che pareva di Lercio, di un salone dell’auto all’aperto a Milano e Monza, chiamato MiMo. In molti abbiamo pensato che potesse essere satira: ogni città italiana è un autosalone all’aperto persino nei posti di maggior pregio, a Roma per esempio persino l’ansa barocca che il Tevere disegna davanti al Vaticano (sapete, Bernini, Michelangelo, Canova, robetta così). Invece era vero: per tre giorni automobilone di ogni fattura hanno mostrato le loro lamiere in pieno centro pedonale a Milano. Iconografica la postazione sotto al Duomo, che per l’occasione ha scalzato la prima postazione del bike sharing meneghino. Continue reading

Proporre il casco obbligatorio per chi va in bici è vilipendio di cadavere

 

Ormai ho una sola certezza nella mia vita di cicloattivista: a ogni allarme via stampa sulla mortalità stradale per i ciclisti salta fuori sempre l’idiozia “rendiamo obbligatorio il casco”. Succede ogni anno, più o meno in primavera, quando gli organi d’informazione, al pari di mondo vegetale o animale, stiracchia le proprie membra e si accorge che c’è gente che si muove in bici. Il passo verso l’allarme è breve: c’è gente in bici dunque rischia. La cosa viene dipinta con gli stessi toni, sempre, e con i medesimi accenti e inflessioni della descrizione di un gruppo di malcapitati in una savana ostile. Nella savana ci sono bestie grosse e pericolose (sottotesto: che ci sei andato a fare, sciagurato?), chi ci si inoltra lo fa “a suo rischio e pericolo” (cit. Dario Esposito quando era assessore a Roma, uno dei killer politici di Ignazio Marino), è in buona sostanza un deficiente che deve essere messo in grado di non nuocere a sé stesso. Continue reading

Pd romano e ciclabili: una lezione di svicolamento online

 

Si parla di ciclabilità e mobilità alternativa a Roma nel 2021 e il Pd romano rispolvera “la cura del ferro”, copyright Walter Tocci, 1996. Riassumo: la settimana scorsa pubblico un appello al nuovo segretario del Pd, Enrico Letta, per invitarlo a chiedere al partito romano di smetterla di rompere le balle alle ciclabili solo perché le fa un partito concorrente. La cosa solleva un certo dibattito. Il blogger di “Vita a due ruote” organizza una diretta facebook invitando anche il segretario del Pd romano, Andrea Casu, 40 anni.

La notizia positiva è che Casu accetta. Continue reading

Caro Enrico, di’ al Pd romano di non rompere il c. alle ciclabili solo perché le fa Raggi

Saluto con piacere la nuova guida del Pd Enrico Letta, io sono di sinistra dunque non voto Pd, una parte dell’eredità della morte del Pci dovrebbe spettarmi ma mi viene negata. Mi sento tuttavia, per antico affetto (ho cominciato la mia carriera di elettore proprio col Pci), di rivolgere una richiesta al nuovo segretario, che ha annunciato di voler fare il giro delle sezioni romane tra i primi suoi atti.
La richiesta è: “Enrico, potresti dire al Pd locale di non rompere il c. alle ciclabili romane solo perché le sta facendo la giunta di Raggi?”. Continue reading

“L’ideologia è nemica dell’automobile”: lo dice l’industria automobilistica

Da molti anni sento, come tutti voi, definire l’”ideologia” -qualsiasi essa sia- come un insulto o qualcosa di cui non solo vergognarsi ma anche chiedere scusa pubblicamente per averla. Un argomento generalmente brandito da gente di destra quando ero ragazzo e dominava una certa aria di sinistra più o meno ossigenata. Recentemente l’insulto è diventato di dominio ampio e viene agitato un po’ da chiunque. Personalmente sento, con istinto animale, che le ideologie siano un bene: almeno orizzontano e danno una direzione allo stare in vita.

Ne ho avuto una sorprendente conferma leggendo uno studio dell’agosto scorso focalizzato sulle motivazioni della dipendenza dall’automobile che la nostra specie ha sviluppato in qualche manciata di decenni. Il titolo è “The political economy of car dependence: A systems of provision approach“ ed è stato pubblicato da Energy Research & Social Science, rivista di scienze sociali nata nel 2014 e diretta da un professore di Politica energetica dell’Università del Sussex, Benjamin Sovacool. Trovate tutti i riferimenti in rete. La ricerca, agghiacciante e che citerò ampiamente, è firmata da quattro ricercatori di università differenti tra cui l’italiano Giulio Mattioli.

Lo studio mette in connessione cinque aspetti: industria automotive, infrastrutture dedicate, espansione urbana, tpl e infine “la cultura dell’automobile”. L’esame dei primi quattro punti, impietoso nella sua semplice accusa al sistema automobile, è acqua fresca rispetto ai risvolti “mentali” di quella che è stata una vera invasione di spazio, tempo, economia e vivibilità ai nostri tempi. “In tutto il mondo le diverse istituzioni culturali collegate all’industria dell’auto sono riuscite ad attribuire all’automobile uno stato iconico. Ciò ha contribuito significativamente a consolidare il sistema automobile. Tali istituzioni culturali sono in grado di condizionare profondamente i comportamenti e le scelte delle persone”. Ed è solo l’inizio. Non avere l’auto, sintetizzo, viene coscientemente spinto a essere percepito come una caduta nella scala sociale, con l’obiettivo di “segmentare la popolazione” in base a schemi di riferimento, da cui derivano adorazione di oggetti diversi come pick-up, Suv e decappottabili. Ciò va avanti da così tanto tempo che ha conferito al sistema auto una velocità inerziale che potrebbe persino fare a meno della pubblicità, si legge.

Un quadro deprimente che raggiunge un’ulteriore vetta: i ricercatori hanno individuato una modalità precisa per innestare nella collettività questo fideismo, e cioé l’assenza di qualsiasi fideismo: ”il sistema automobile trae un enorme beneficio dalla creazione di un contesto decisionale apolitico, nel quale le scelte a favore delle case automobilistiche sono presentate come sinonimo di crescita economica e tutela dell’occupazione. […] Se di destra, si farà maggiormente leva sui concetti di crescita, benessere e libertà individuale, se di sinistra su quelli dell’uguaglianza delle condizioni di trasporto e accesso ai luoghi di lavoro, promozione di una società più inclusiva, etc. L’importante è che questi argomenti vengano presentati in modo tecnico, obiettivo e dunque apolitico”.

E qui, senza scomodare Gramsci, vengo al punto: sostengo da sempre che per sfuggire a una sudditanza come quella sopra delineata occorra costruire e applicare un diverso sistema valoriale, detto ideologia. Magari senza armi ma due ceffoni starebbero bene. Ora abbiamo anche una base scientifica per darli serenamente.