Proporre il casco obbligatorio per chi va in bici è vilipendio di cadavere

 

Ormai ho una sola certezza nella mia vita di cicloattivista: a ogni allarme via stampa sulla mortalità stradale per i ciclisti salta fuori sempre l’idiozia “rendiamo obbligatorio il casco”. Succede ogni anno, più o meno in primavera, quando gli organi d’informazione, al pari di mondo vegetale o animale, stiracchia le proprie membra e si accorge che c’è gente che si muove in bici. Il passo verso l’allarme è breve: c’è gente in bici dunque rischia. La cosa viene dipinta con gli stessi toni, sempre, e con i medesimi accenti e inflessioni della descrizione di un gruppo di malcapitati in una savana ostile. Nella savana ci sono bestie grosse e pericolose (sottotesto: che ci sei andato a fare, sciagurato?), chi ci si inoltra lo fa “a suo rischio e pericolo” (cit. Dario Esposito quando era assessore a Roma, uno dei killer politici di Ignazio Marino), è in buona sostanza un deficiente che deve essere messo in grado di non nuocere a sé stesso.

L’ultima occasione è stato un rapporto dell’Asaps, amici polizia stradale, ripreso con grande enfasi dalla newsletter di Stellantis, volgarmente “La Repubblica”. In sintesi dice: c’è un morto ogni due giorni, serve il casco obbligatorio. E eccoci ripiombati nella solita ruota di criceto annuale.

Attenzione: non lo dice l’Asaps ma il responsabile sicurezza della Federciclismo, Roberto Sgalla. Sgalla è stato prefetto di polizia prima di andare in pensione, e tra le sue responsabilità in fine carriera c’era anche quella della Polstrada. Per noi addetti ai lavori non è una novità: da anni quel signore dice queste cose, regolarmente spernacchiato. Né è tanto grave che la newsletter le riprenda: stavolta è accaduto qualcosa di diverso, e a mia memoria mai accaduto prima.
Il sindaco di una grande città italiana, non tanto grande ma insomma è Firenze, Dario Nardella, rilancia sulla sua pagina Facebook l’articolo e ci mette del suo: a parere di Nardella l’obbligo di casco “è una battaglia di civiltà”. Ed è qui che saltano i nervi a tutti, tanto se parla Sgalla amen: se andate a vedere i commenti sotto a quel post vedrete che finalmente una coscienza della realtà si è oramai svegliata e giustamente ha preso a pernacchie il sindaco.

Il salto grave è questo: se finora a farsi spazio sui giornali erano dei peones parlamentari che nessuno ha mai sentito nominare, stavolta è stato un sindaco. Cioé colui che per sua natura deve assicurare che nella sua città non si svolgano efferatezze stradali. Niente di più facile, per un qualsiasi sindaco italiano, di sfilarsi dal casino circolante nelle feroci città italiane che non addossare alle vittime la colpa di esserlo. E’ una prima assoluta, ripeto. Il sito Bikeitalia.it ha fatto una cosa semplice per sputtanare Nardella: ha pubblicato la mappa dell’incidentalità stradale di Firenze. Una mappa punteggiata da migliaia di scontri tra motorizzati, ma si sa è la savana, ci sono bufali leoni e iene e che fai, parli con i bufali? “Troppo difficile e anche poco popolare”, pensa il sindaco: quindi tu, scemo che giri in mezzo a una sparatoria che nessuno riesce a fermare tanto meno io che ne ho la responsabilità, o stai a casa o indossi un’armatura. Obbligatoria per legge.

E’ interessante notare che tutti in Italia si riempiono le gote di “mobilità sostenibile”. Salvo poi decretarne l’irrilevanza davanti all’immutata violenza stradale, che è fenomeno naturale e dunque non governabile.

Faccio una previsione facile: la prossima primavera qualche stordito farà la stessa identica proposta, e nel frattempo magari i morti sono stati schiacciati da un’automobile elettrica. Soooo green.

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