Una gita sull’ascensore C di Roma

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In questi giorni di possente nullafacenza (il periodo migliore della mia vita adulta) faccio tutto ciò che mi salta in testa.
Si tratta soprattutto di iniziative inutili, come quella di ieri: andarmi a fare un giro sulla metro C, l’equivalente romano della tratta Tav tra Torino e Lione per polemiche e incendio di fondi pubblici.

Per capire dov’è telefono a un amico, che giusto il giorno prima s’era fatto la stessa passeggiata. Guardate che non è automatico: uno dice “linea Pantano-Centocelle”, ma questo non vuol dire niente. So dov’è Pantano Borghese (si tratta di uno sparuto gruppo di capannoni e casupole sulla Casilina, qualche km prima del bivio per Valle Martella che sporadicamente frequento in bici per andare nella casa di campagna dei miei, ma “Centocelle” è un concetto vasto. La stazione, vengo a sapere, è all’intersezione tra Casilina e viale Palmiro Togliatti. Da casa mia sono quasi 7 km. Dovrebbe comunque passare da queste parti nel 2024 circa, quando avrò 60 anni: je la posso fa’.

 

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Intanto pedalo fino alla stazione provvisoriamente più centrale.

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Al netto della pioggia che gli si precipita dentro, la stazione Parco di Centocelle è un pezzo d’Europa nel degrado casiliniano. Stona un po’ e ha troppo marmo addosso, ma comunque è ampia e semplice anche se gli ingressi ai treni sono chissà perché su due lati ortogonali e non su fronte unico. L’ingresso in bici non viene molestato da alcun operatore, altra traccia di territorio europeo.

Il Treno è praticamente un ascensore orizzontale, con doppie porte su treno e marciapiede. Ormai sappiamo tutti che non ha conducente (treno automatico Ansaldo, dice il sito); ha quindi ai due capi una pregiata vetrata che consente di guardare il panorama in corso di marcia.

Esistono stalli per bici (e carrozzelle) in due vagoni, quelli prima dei due capi.

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Ma i supporti non possono accogliere gomme larghe, da mtb per intenderci:
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Quindici stazioni, 13 km e si arriva al capolinea di Monte Compatri-Pantano. Malgrado l’apertura della prima tratta sia un atto essenzialmente propagandistico, politico, simbolico e quant’altro, devo riconoscere a malincuore che i due treni che ho preso per andata e ritorno erano frequentati, anche in un orario scemo come quello da me scelto, tra le 15 e le 16. Non come le scene alla Doré che siamo abituati a vedere su A, B, Lido e Roma Viterbo, certo, ma qualche decina di persone c’era.
I lavori di dettaglio sono ancora in corso, per esempio a Pantano mancano le indicazioni sulla direzione da prendere per i binari 1 e 2, ma tutto sommato le stazioni sembrano complete e funzionanti, con accesso garantito per i disabili e un impatto visivo tutto sommato contenuto. Resta da vedere se i pendolari lasceranno davvero le loro disgraziate vetture nei parcheggi o no. Lasciamo che sia il tam tam cittadino a convincerli, perché di comunicazione decente ufficiale questa città è sprovvista.
Il mistero di cosa ci si vada a fare a Pantano comunque mi resta: probabilmente a cena al ristorante messicano di fronte al capolinea.

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