Cyclokiller

Schermata 2013-08-28 alle 06.21.56

Ho una tecnica semplice. Mi acquatto* tra le aiuole (dio da quanto tempo volevo scrivere “aiuole”), in attesa del primo enorme passeggino stancamente spinto da una giovane madre, o del turista -nessuna preferenza etnica- a naso in aria, o dell’onesto lavoratore in attesa dell’eventuale autobus: e sbamm! mi avvento su di loro, colpendoli ripetutamente con la pedivella, destra o sinistra a seconda del verso di percorrenza. Normalmente, vista la mia ossessione meccanica, ho delle pedivelle estremamente performanti, mi trovo molto bene ultimamente con delle Blb inglesi ma fatte in Cina, sotto stretto controllo della casamadre per carità. Le mie vittime perdono quasi subito la sensibilità alle caviglie, crollano e le finisco a catenate dopo averle stordite a scampanellate. Il campanello frastorna chi assiste al blitz omicida, perché viene scambiato per un allegro e festoso intervento sonoro. Nessuno capisce cosa accade, e mi dileguo.

Altre volte ho giustiziato persone alzando la ruota anteriore e recidendo loro la carotide, zacc, con un rapido movimento del polso sul manubrio. Per questo uso manubri senza manopole, affilati alle estremità (sotto sono zigrinati, per altre pratiche più efferate, quando faccio di tanto in tanto prigionieri da torturare); tra l’altro i miei manubri sono solo apparentemente prodotti commerciali, in realtà sono estrusi in acciaio fatti fare a Solingen appositamente, ma con le stesse identiche misure dei manubri classici, 25,4 mm al centro e 22,2 alle estremità.

Mi disturba molto il sangue che insozza i miei telai, notoriamente costruiti da me e il più possibile lasciati nudi, acciaio libero, inquietanti nel loro sembrare, ed essere, armi mortali. L’acciaio nudo risente molto del sangue lasciato asciugare. Arrugginisce presto. Di solito li sciacquo nella fontana dell’obelisco di S.Giovanni in Laterano, da cui sgorga la migliore acqua di Roma, meno calcarea delle altre. Se agisco  a Roma sud faccio di tutto invece per lavare la bici a Capannelle, quel lieve frizzantino pulisce benissimo: ed è gustoso anche da bere.

Finora ho piegato solo una forcella, puntando direttamente un signore anziano che non si era accorto di me e travolgendolo da dietro. Ma era una delle mie prime vittime, ero inesperto, pensavo che la tecnica usata dagli altri mezzi di trasporto, cioé l’urto diretto ad alta velocità, fosse l’unica o comunque la più efficace,visto gli alti numeri che produce. Mi ingannavo, naturalmente: ottiene sì il risultato ma è tecnica rozza, anche autolesiva, può attirare l’attenzione, danneggia la bici, espone al rischio di cattura. Ed è rumorosa. Il rumore mi innervosisce, mi maldispone. Non mi godo l’azione. Non ha senso. Ho dunque affinato progressivamente le mie tecniche, e ora mi trovo bene con pedivelle, manubrio e catena (da 1’e 1/8).

Non è un’abitudine che pensavo di prendere ma tant’è, è andata così. A volte salgo al Gianicolo (non più al Pincio, ché da quando piazza del Popolo è stata svuotata dalle macchine non trovo gusto, ho una specie di horror vacui) e guardo giù, verso quella folla di bestiame che inconsapevolmente potrebbe cadere sotto i miei agguati: oneste file di lavoratori che scorrono blandamente, bovinamente, sui lungotevere. Li sento mentre ruminano le loro vite irrilevanti.
So di non essere una brava persona ma non è stata colpa mia. L’idea me la diede una sera, durante una partita a carte all’ormai scomparso Stardust della mitica e folle Annetta che con le sue poppe enormi e libere sotto maglioni occasionalmente lavati serviva da bere a gente tra la più varia che passava per vicolo de’ Renzi, a Trastevere. Tra cui questo Giuseppe, un napoletano che dormiva in barca non sua a Procida e stava a Roma in vacanza da un’amica. Tra una mano e l’altra mi allunga, chiedendomi un contributo, il suo libro: autoprodotto, perché nessuno lo riteneva degno di pubblicazione. Gli diedi mille lire (si era nella lira). Venni a sapere poi che i diritti del libro erano stati comprati dalla francese Gallimard, e in seguito da Adelphi, ottenendo un notevole successo. Sarebbe da farci un film, forse l’hanno fatto. Il titolo era “Pericle il Nero”, e mi colpì molto l’incipit: “Io mi chiamo Pericle Scalzone … Di mestiere faccio il culo alla gente”. Fu quel personaggio a darmi da pensare, ma solo anni dopo divenni un cyclokiller, stupido termine anglofono che però mi ricorda molto Psychokiller dei Talking Heads, e come tutti sanno David Byrne è un ciclista urbano quotidiano. Qualcosa vorrà dire.

*Acquattarsi, da latino ad-coactare, a sua volta da coactus, modernamente coatto.

nb: il tweet sopra è di un noto giornalista del Corriere della Sera, che con la sua sagacia ha intuito qualcosa.

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *