Mostrare il futuro a un paese in decadenza

Grazie a Mauro Biani, a cui ho rubato l’immagine.

Da qualche mese rimugino su una mia nuova tendenza, inaspettata, nel divulgare la necessità di abbandonare l’automobile agli archivi della storia e ricominciare a scegliere come muoversi davvero. La tendenza è: non tento più di convincere nessuno, anzi a richiesta di spiegare il mio stile di vita mi rifiuto di farlo.

Mi rifiuto, detta meglio, di affaticarmi in discussioni sempre sterili con chi è convinto, per esempio, che per migliorare le sincopi del traffico urbano occorra allargare le strade; o scavare parcheggi sottoterra, visto che parte del tempo automobilistico viene trascorso alla ricerca di uno spicchio di città dove lasciare la carretta, e poco importa se sia anche il marciapiede; e addirittura, perfidia suprema del sistema autocentrico, lasciar pensare -giuro, lo pensano davvero- che cambiando il motore endotermico con uno alternativo qualsiasi, a polvere cosmica o sabbia del Sahara, elettrico o ad acqua, il traffico cambierà.

Un passo ulteriore è degli ultimi tempi: sempre a domanda diretta “ma come fai a fare la spesa/quando piove” ecc. provo a trovare il modo, e sempre ci riesco perché è facile far parlare le persone dei loro problemi, per ridar loro la parola. M’interesso, mostrando sincera partecipazione, alle loro difficoltà. Esempio recente: a una mia conoscente avevano tolto la patente per il troppo alcol, e sono tre mesi che non beve perché deve passare i test; siccome la cosa è penale, ha scelto un avvocato di fiducia e lo paga, così come paga le analisi, documentazioni varie e via dicendo; stima la spesa finale intorno ai 6.000 euro. Le ho offerto la mia solidarietà, non ho fatto neanche un’ironia su un avvenimento che è obiettivamente una disgrazia (autoprovocata, ma transeat). Ne parlavamo all’aperitivo, lei ad acqua tonica e io no. In un’altra occasione qualcuno stava lamentandosi di non so più quale pezzo elettronico dovesse cambiare (macchina di un anno e qualche mese), stimava sui 600 euro ma stava cercando il modo per risparmiare: anche in questo caso mi dolevo con lui dell’accidente. A volte mi interesso perfino delle motorizzazioni da loro possedute, per esempio motociclette, chiedo, mi complimento, critico, faccio battute, seguo il loro spartito.

Non è sadismo, credo, anche se qualche intima soddisfazione la provo.

Ho cominciato a pensare, e di questo mi è capitato di parlare alla recente presentazione romana del libro di Linda Maggiori “Vivo senz’auto”, che in fondo ho lasciato al suo destino una società che non vede il burrone, né percepisce la velocità di caduta in cui è coinvolta. C’è un’area ghiacciata, al mio interno, che potrei definire “spettatore silenzioso di una specie fallita”. Tanto vale giocarci, finché c’è.
Quelli come me stanno mettendo da anni sul piatto pubblico, in Italia, ogni argomentazione possibile, spesso anche cambiando modalità espressive, tutte in chiaro e pubbliche. Eppure niente, anzi la situazione sembra peggiorare, da un lato con la truffa della motorizzazione elettrica spacciata per sostenibile, dall’altro con un vasto greenwashing che i riflettori su Greta hanno fatto esplodere. Qualche settimana fa l’inserto di un giornale economico era dedicato a “Quanto corre la bike economy”: in copertina, a soffietto, c’era un particolare di una bella bici vintage, nelle due pagine successive la pubblicità di un’auto tedesca piuttosto potente (e a motorizzazione endotermica). L’ho buttato, semplicemente.

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