Riecco il solito obbligo di casco. Che noia

Baudelaire lo definiva spleen, rendendo popolare un termine che deriva dal greco e che significa milza, ma in epoca romantica era quella noia esistenziale che prendeva le menti più sensibili e complesse. Molto più banalmente io provo noia standard per l’ennesima strombazzata sulle “novità del codice della strada”, che da quando sono maggiorenne vengono offerte in pasto al pubblico a ogni legislatura. Neanche questa sfugge alla regola.

Da lunedì scorso è tutto un affannarsi delle redazioni di ogni calibro per inseguire l’argomento del giorno, che punta soprattutto sulle novità per i ciclisti. Vediamole.
Quella che ha meritato i titoloni è “ciclisti contromano”. Formula sbagliata: si chiama “senso unico eccetto bici”, la differenza è sostanziale perché la prima formulazione è fuorviante; vorrebbe lasciar intendere che si invade lo spazio dei poveri mezzi a motore quando in realtà è il contrario, la limitazione è solo per i mezzi a motore; si ribalta in sostanza l’onere del disturbo, che in natura è a carico delle automobili, e lo si addossa alle bici, la cui larghezza è quella delle spalle di un umano.Va bene, sofismi, veniamo al punto: la misura proposta è già la normalità della vita corrente di noi ciclisti. Illecita, si dirà e lo ammetto: è vietata dal codice; tuttavia ampiamente diffusa e senza alcun esito fatale, non c’è la strage dei ciclisti. Anzi andare in flusso inverso aiuta la sopravvivenza urbana, dato che la vista umana è frontale ed è meglio avere davanti la situazione rischiosa piuttosto che alle spalle.
Questa salutare pratica è legalizzata da anni in Germania, Svizzera, Belgio, Spagna, Danimarca, Olanda, Francia, Austria, Ungheria, Lituania, Lettonia, Estonia, in Italia a macchia di leopardo e solo grazie a sindaci volenterosi: Reggio Emilia su tutte, Bolzano, Ferrara, Lodi, se non sbaglio qualche strada di Milano e Torino.

Definirei la novità annunciata più una ratifica dell’esistente che una rivoluzione. Comunque è benvenuta, ha una valenza educativa per l’automobilista da non sottovalutare.

Lo stesso discorso si può fare per la linea avanzata al semaforo e la percorrenza delle preferenziali: pratiche correnti da sempre e in totale sicurezza. Altre ratifiche positive.

Veniamo al veleno sottaciuto dalle cronache: insieme a quanto sopra c’è la proposta, di marca leghista (pdl 777), di obbligo di casco. Per citare il dottor Stranamore questa è “l’arma fine di mondo” per la crescita della ciclabilità in Italia, la trappola perfetta per dimezzare il numero dei ciclisti quotidiani: lo prova l’Australia, che da quando ha l’obbligo ha registrato questo dato. In Ue l’obbligo esiste solo a Malta. Nella scorsa legislatura fu proposto dal senatore Pd Stefano Esposito, ringhioso nemico dei No Tav ora tornato al suo lavoro in prefettura a Torino. Esito zero, ovviamente. Mi auguro che finisca in compost anche questa ma con questi “nuovi” non si sa mai.

Attenzione, non è un lamentio di bambino che non vuole indossare il grembiule col fiocco: non il casco in sé ma l’obbligo è il sogno di chi punta oggi più che mai a non lasciar espandere l’uso della bici e anzi a contrarlo. In gergo psichiatrico internazionale è il “victim blaming”, colpevolizzazione della vittima. Un po’ come la questione dell’abbigliamento indossato dalle vittime di stupro, “guarda come vai in giro, poi non ti lamentare se ti accadono certe cose”. Schifoso.

Non si vuole disinnescare l’arma chiamata automobile. Al contrario la si vuole libera di andare ovunque, senza fastidiose deviazioni dalla fede motoristica. Tornate in gabbia, freaks.

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