Due anni fa #OccupyAppiaAntica

Era il 20 dicembre 2015, una domenica. Allora la neonata associazione #Savaiciclisti Roma, organizzò il blocco fisico delle auto che transitavano continuamente sul monumento lineare, malgrado una -timida ma sempre vigente- delibera del comune, risalente agli anni ’90 vietasse la circolazione privata la domenica e festivi.

Decidemmo, insieme a Parco dell’Appia, Legambiente e Touring club, di intervenire appunto fisicamente. Ma a bloccare le auto in strada c’eravamo solo noi, attivisti di una mobilità differente da quella assassina di Roma, con l’eccezione di due rappresentanti dell’ente Parco e del Tci, che erano all’interno del Parco a distribuire materiale informativo. Inutile dire quanto la situazione fosse conflittuale, in strada. L’intervento di vigili urbani e carabinieri, che non hanno potuto far altro che provare a far rispettare il divieto -quindi riconoscendo implicitamente che la nostra azione era legittima– evitò scontri fisici.

Pochi giorni fa, chiacchierando con una giornalista, mi venne chiesto perché io fossi “contrario alla pedonalizzazione dell’Appia antica”. L’ampiezza del mio sconcerto può essere immaginata.

Non intendo qui particolareggiare, o ricordare il mio lavoro di composizione di un piano di interruzione del traffico di attraversamento -piano studiato come un primo passo verso la pedonalizzazione e di cui ora non ho più tracce- ai tempi del mio incarico al Comune. Però vorrei che si riflettesse sullo stato intossicato della narrazione pubblica, e su quanto la disperata miseria dell’agonismo partitico possa distorcere la lettura della realtà.

Nel frattempo vedo un’involuzione, al meglio una stasi. Se siamo ancora fermi al livello di azioni volontarie su strada da parte di generici attivisti dobiamo riflettere, secondo me, sul senso dell’agire pubblico istituzionale. Esiste? Forse. Ma è troppo timido, lento: timoroso. E questo persino per un luogo che è parco archeologico in una zona del mondo che ha letteralmente creato dal nulla quei valori occidentali di cui molti vanno fieri, e in parecchi casi a ragione. Manca quel senso del bene comune che proprio i romani antichi hanno insegnato a mondo (ricordo che i carri in entrata a Roma dall’Appia venivano fermati a porta S.Sebastiano, e le merci proseguivano su altri mezzi di trasporto) e soprattutto la consapevolezza dell’importanza di quanto noi contemporanei siamo collettivamente responsabili del disastro urbano e della necessità di un’inversione di rotta urgente. Urgenza che sembra essere solo un sogno ingenuo di pochi attivisti, dunque tranquillamente accantonabile per semplice conto della serva.

 

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