Cederna, io e perché non riusciamo a spiegarci sull’Appia Antica

cederna

Da un po’ di tempo ripenso al mio primo incontro con Antonio Cederna. Avevo 19 anni e facevo saltuariamente il fotografo per un giornaletto di quartiere, La Parola Al Popolo (maiuscole sue), di proprietà dell’avvocato romano Romolo Reboa, che poi scoprii essere di estrema destra e dunque abbandonai contestualmente. 

Cederna accolse il giornalista e me nella sua bella casa al Flaminio. A me non toccava parlare, solo fare foto, e quindi avevo tutto l’agio di ascoltare cosa dicesse. Si parlava della chiusura dei Fori Imperiali, dell’Appia Antica. Ricordo benissimo di aver pensato “questa è una fesseria, le strade sono come vene e arterie, se le chiudi la città va in cancrena come succederebbe ai corpi”. Questo accadeva 33 anni fa.

Da qualche tempo, visto che nel frattempo il mio modo di stare al mondo è cambiato e si è radicalizzato, rimugino su quella sensazione. Che ancora oggi mi sembra corretta. Provo a spiegarmi.

E’ ovvio che occorra liberare l’Appia Antica dallo scorrimento beota di veicoli motorizzati privati, che usano con indifferenza quello che da tempo chiamo un monumento lineare; e questo mi era chiaro persino molto prima di diventare il me stesso di oggi. Ciò che non mi è mai riuscito è di far collimare, logicamente e dunque comprensibilmente, è la natura plurisecolare di via Appia Antica come strada, e la sua natura di monumento lineare recentemente acquisita. E’ proprio ciò che non mi convinceva nelle parole e nei ragionamenti del grand’uomo che stavamo intervistando/fotografando.

Come possiamo convincere i contemporanei che su una strada non dovresti passarci? La questione è tutta qui. Sono convinto che le nostre difficoltà a far capire la necessità di liberare la Regina dal traffico veicolare privato e indiscriminato abbiano la loro radice lì, in questo mistero inspiegabile del negare a una strada la sua natura (plurisecolarmente acclarata, voglio sottolineare ancora).

Il 20 dicembre scorso, con decine di attivisti, abbiamo effettuato un blocco simbolico durato qualche ora, all’altezza del Quo Vadis e con blocchi volanti sull’Ardeatina e a Porta S.Sebastiano.

appiablock

Un atto dovuto, necessario. Ma perché?

La risposta che non risponde sta nella recente (pluridecennale) crescita della coscienza dell’Appia Antica come monumento: e sui monumenti, al pari di Pompei o del Colosseo (internamente), non ci vai in macchina o moto.

Trovo dunque che sia necessario cambiare strategia: passare dal concentrarsi sull’Appia Antica, che ha una natura plurisecolare di via di comunicazione difficilmente smentibile, al concentrarsi sui mezzi di trasporto che la popolazione utilizza. Ovvero concentrarsi sul sistema trasportistico genericamente definito automotive. 

Dobbiamo dichiarare la nostra repulsione al modello automobilistico dominante, e perseguirne la fine o comunque il drastico ridimensionamento (in direzione della fine). Solo così potremo uscire dall’inghippo logico che non ci fa fare passi in avanti sulla liberazione dell’Appia Antica, e cioé negarne la natura profonda: quella di via di comunicazione.

Trovo che la strategia cederniana, immutata negli anni e oggi portata avanti da attori contemporanei, abbia questa grande falla. E non c’è un Cederna autorevole, oggi, a correggere questa svista, portata testardamente avanti dai clerks laici del suo pensiero. Che andrebbe corretto e contestualizzato, con il medesimo fine: liberare l’Appia Antica.

Ps del 18 agosto 2016: per verificare quale fosse l’impostazione di Antonio Cederna sull’Appia Antica si può agevolmente effettuare una ricerca sulla vasta mole di interventi dello studioso consultabile qui

 

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